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La guerra in Bosnia vista dalla nipote di Tito: storia dei giusti nel tempo del male di Fabio Fattore

Pubblicato su: Il Messaggero.it
Data: 27/02/2009

PESARO - A Gerusalemme, dal 1962, c’è il Giardino dei giusti, dove alberi e iscrizioni ricordano chi rischiò la propria vita per salvare quelle di ebrei durante la Shoah. Lei, Svetlana Broz, 54 anni, cardiologo e giornalista (nonché nipote del maresciallo Tito: suo padre era il figlio maggiore del leader della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia) dal 2001 dirige l’associazione “Il Giardino dei giusti di Sarajevo” e sogna di realizzare qualcosa di simile nel suo martoriato paese. Dietro a quel sogno c’è un lavoro di ricerca massacrante e pericoloso, sei anni e quasi 14 mila chilometri percorsi, per dare un nome ai suoi “giusti” e raccontare il male assoluto (che in questo caso è la guerra di Bosnia, una delle più sanguinose combattute dopo la disgregazione della Jugoslavia di suo nonno) attraverso la bontà.
Finora è riuscita a raccogliere quelle storie in un libro, pubblicato nel 1999 a Bagnaluca e che solo adesso esce in Italia: I giusti nel tempo del male, testimonianze dal conflitto bosniaco (Edizioni Erickson, 464 pagine). A Pesaro, in un incontro in biblioteca organizzato da Comune, Centro interculturale per la pace, Itacro e libreria “Il Catalogo”, Svetlana Broz ha scosso e commosso con i suoi racconti crudi ma carichi di speranza: serbi, croati e mussulmani che invece di massacrarsi tra loro rischiano la propria vita - e a volte la perdono - per salvare il “nemico”.
Racconti autentici, in quanto raccolti dalla voce di chi è stato salvato (e non dei salvatori). Diretti come un pugno nello stomaco, in quanto la lingua è quella parlata, con tanti fatti e poche descrizioni di stati d’animo.
Chi sono questi “giusti”? Eroi o semplicemente uomini che, come diceva Mario Rigoni Stern, hanno saputo “restare uomini”?
«Questo libro parla di uomini che, nonostante tutto, sono rimasti uomini. Ma parla anche di eroi. Tra queste testimonianze si possono trovare, infatti, piccoli gesti che in tempo di pace sembrerebbero banali, ma che in quelle circostanze sono stati grandi. Ci sono anche gesti eroici, però, di uomini che sono stati uccisi perchè considerati traditori del loro gruppo etnico. Spero e credo che un giorno questi eroi anonimi avranno il riconoscimento che si meritano».
C’è stato “Schindler’s List” e, a catena, la riscoperta di tanti “giusti”, anche in Italia, come il questore di Fiume, Giovanni Palatucci, o il commerciante Giorgio Perlasca. Esiste un filo che lega queste riscoperte e che ha ispirato anche lei?
«Non dimentichiamo che il Giardino dei giusti al museo Yad Vashem di Gerusalemme esiste dal ’62, anche se è vero che il tema è diventato molto popolare grazie al film di Spielberg. Io non mi sono ispirata a questo, anche se dopo la tragedia della Bosnia mi sono sentita in dovere di fare qualcosa di simile. Come medico sono entrata in contatto con tante persone, di tutte le etnie, che volevano raccontarmi quello che avevano vissuto in guerra. Da qui è nata l’idea».
Un lavoro non facile, hanno anche cercato di bloccarlo rubandole le registrazioni nella sua abitazione a Belgrado, nel ’97.
«Sì, un furto politico, anche se non sapremo mai chi è stato. Sicuramente qualcuno che non voleva che questo libro uscisse e che io ne fossi l’autrice. Ma è stato allora che ho capito il valore che può avere un libro del genere: proprio perchè c’era chi voleva impedirlo. Quindi devo ringraziare quelle persone, perchè mi hanno dato la forza di ricominciare da capo. Tra il 1993 e il ’95 avevo raccolto 100 testimonianze, mi sono rimessa in viaggio e ne ho cercate altre 100 - non avevo il diritto morale di contattare le stesse persone di prima per riaprire le loro ferite. Mi hanno fatto posticipare l’uscita del libro di due anni, è vero, ma non sono riusciti a impedirlo: segno che la verità non si può fermare».
C’è un luogo comune, quando si parla di ex Jugoslavia: un mattatoio dove le etnie si sono sempre scannate tra loro, per 40 anni suo nonno Tito è riuscito chissà come a tenerle in pace ma dopo di lui è riesploso l’odio.
«Questa visione molto semplicistica è la conseguenza di alcuni libri scritti male e della manipolazione dei media. Una semplificazione anche molto pericolosa: prendiamo ad esempio “Lo scontro delle civiltà” di Samuel Huntington, quel libro è stata la Bibbia del presidente americano Bill Clinton, anche i suoi consiglieri gli dicevano che l’ex Jugoslavia è un mattatoio: per questo ha aspettato tanto prima di intervenire. Sì, è vero che gli Stati Uniti, alla fine, hanno fermato la guerra in Bosnia: ma solo dopo quattro anni di stragi e crudeltà».
Lei s’interroga su queste crudeltà, sul male, anche se il suo libro vuole parlare di “giusti”, di bontà.
«Sì, il male non si può separare dalla bontà delle persone, dai “giusti”. In ogni testimonianza, i miei interlocutori hanno raccontato tutto il male che hanno passato. Mi hanno descritto tutte le tipologie del male, che erano caratteristiche di quella guerra: stupri, case bruciate, violenze, torture, omicidi. Mi chiedo come sia possibile che durante la pace noi non abbiamo riconosciuto quelle persone che dopo, in guerra, hanno consumato questi crimini: sembrava quasi che non aspettassero altro che la guerra, per farlo. E dopo, quando è tornata la pace? Con quante persone che hanno le mani insanguinate, oggi, abbiamo a che fare? Solo la minima parte di chi ha commesso crimini è stato punito. Io non trovo le risposte a tutto questo: e su come persone normali siano potute diventare criminali, dovrebbero occuparsi piuttosto gli psichiatri».
Lei sostiene che non si può superare il passato senza la giustizia, occorre che i colpevoli siano giudicati e puniti. Vale solo per le guerre iugoslave? Gli italiani durante la Seconda guerra mondiale hanno commesso crimini nei Balcani e i partigiani di suo nonno hanno fatto lo stesso con gli italiani, dalle foibe all’esodo dall’Istria.
«I crimini dei fascisti e le foibe: è vero, nessuno è stato punito. Bisognerebbe affrontare questo problema, con animo sereno e senza revisionismo storico. Da noi c’è un detto popolare: “Prima di interessarti dei problemi degli altri, devi pulire il tuo cortile”. Prima bisogna fare giustizia a casa propria, poi si possono accusare gli altri. Credo che se ci fossero, oggi, ancora in vita, un fascista italiano o un comunista iugoslavo che hanno commesso crimini, dovrebbero essere puniti».