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“I dittatori, le guerre e il piccolo re”, diario del vincitore di Vittorio Veneto di Fabio Fattore

Pubblicato su: Il Messaggero.it
Data: 20/06/2009

ROMA - Gli italiani sono come l’ambra: «Più li freghi, più si elettrizzano. Però basta un piccolo contatto per scaricarli. Allora sono di nuovo pronti per essere fregati». Lo scrive nel 1936, l’anno della conquista dell’impero e del massimo consenso per il fascismo, parlando di Mussolini: uno che «pela gli italiani come polli, ed essi ne sembrano contenti». L’autore di queste considerazioni schiette e pungenti è il generale Enrico Caviglia (1862-1945). Della storia d’Italia del ventesimo secolo «non è protagonista, ma co-protagonista sicuramente sì», ha notato il giornalista Pier Paolo Cervone che su di lui aveva pubblicato due libri (“Enrico Caviglia l’anti Badoglio” e “Vittorio Veneto. L’ultima battaglia”) e che ora cura la nuova edizione del suo diario scritto tra il 1925 e il 1945: “I dittatori, le guerre e il piccolo re” di Enrico Caviglia, Mursia (621 pagine, 22 euro).
Caviglia è il vincitore di Vittorio Veneto, la battaglia che segna la fine della Prima guerra mondiale, è maresciallo d’Italia e Collare dell’Annunziata (titolo che lo rende cugino del re). Per cui, anche se non aderisce al fascismo e non ricopre incarichi durante il Ventennio, è un intoccabile, un osservatore privilegiato che ha libero accesso al Quirinale e un testimone eccezionale di quelli che, invece, protagonisti lo furono: Vittorio Emanuele III, Mussolini, Badoglio. Anche per questo il suo diario è un documento prezioso, oltre che gustosissimo: ingiustamente dimenticato - come il suo autore - dopo la prima e unica edizione del 1952 e tornato alla luce dopo 56 anni.
Caviglia è un generale anomalo: serio, preparato, esperto nell’arte della guerra (non a caso ha parole durissime per i massacri inutili della Grande guerra, le undici battaglie dell’Isonzo che non hanno insegnato niente) quanto amante della pittura, della scultura e della vigna che coltiva nella sua Finale Ligure. E’ l’anti-Badoglio ma anche l’anti-Dannunzio, tanto che in qualità di ministro della Guerra mette fine all’impresa di Fiume: lontano dal trombonismo nostrano è, come scrive di lui Mario Cervi, «il melanconico simbolo di molte cose che, nella storia italiana del secolo scorso, avrebbero potuto essere e non furono».
In Italia, da sempre, vanno avanti i Badoglio, non i Caviglia. Badoglio, come mette in evidenza il diario, è tra i principali responsabili della disfatta di Caporetto, ma non paga mai, al contrario. Tutte le pagine che lo riguardano spariscono misteriosamente dai verbali della commissione d’inchiesta e Badoglio comincia una carriera brillante che lo porta ai massimi vertici durante il fascismo e anche oltre. L’epopea di Badoglio è compresa tra due fughe: quella da Caporetto (e Caviglia lo spiega bene, documentando come il rivale fosse sparito chissà dove nelle retrovie invece di essere pronto a reagire con le sue artiglierie allo sfondamento austro-tedesco) e quella da Roma, l’8 settembre del ’43, con il re.
Caviglia non è fascista, ma in tempi non sospetti aveva messo in guardia Mussolini: «Faccia attenzione, se lei avrà un momento di debolezza, Badoglio la tradirà». Anche il re, cui resta fedele, ha le sue responsabilità e, onestamente, Caviglia lo ammette: da quando ha ceduto il comando delle forze armate al Duce a quando si è affidato a Badoglio per liquidare il fascismo e concludere l’armistizio. Nei giorni in cui i Savoia e Badoglio abbandonano Roma e l’esercito al loro destino, Caviglia è lì, ad assumersi responsabilità che non gli spetterebbero: prima abbozzando una disperata resistenza, poi trattando la resa con Kesserling per salvare la capitale dalla distruzione. Se fosse stato al posto di Badoglio, scrive Caviglia, non avrebbe mai lasciato partire il re: «Milioni di uomini hanno affrontato la morte gridando “Savoia”; ora tocca al Re e a noi gridare “Savoia”. Ma non mi sorprendo di nulla. Badoglio ha indotto il Re a tagliare la corda, così la responsabilità della propria fuga è diminuita, se non annullata, da quella del Re».
In effetti, come ha ricostruito Cervone, Caviglia avrebbe potuto esserci veramente al posto di Badoglio. Almeno in due occasioni, in quel tragico ’43 denso di eventi che «avrebbero potuto essere e non furono». La prima quando Dino Grandi, il gerarca fascista che presenta l’ordine del giorno per rovesciare Mussolini nella seduta del Gran consiglio, complotta con Acquarone, ministro della Real Casa, e fa il nome di Caviglia come nuovo capo del governo: non è compromesso con il regime, è ben visto dagli inglesi dai tempi della Grande guerra ed è «il solo capo militare di alto e indiscusso prestigio di cui l’Italia disponga».
Ma a corte hanno già in mente Badoglio: forse ritenuto più manovrabile perchè più compromesso. La seconda volta succede poco prima dell’armistizio, durante il governo di Badoglio: l’Italia è allo sfascio, invasa a Sud dagli angloamericani e con i tedeschi in casa, forse si può fare ancora qualcosa per uscirne decentemente senza cadere nella guerra civile e c’è chi pensa a Caviglia come l’unico che possa provarci. E’ Vittorio Ambrosio, capo di stato maggiore generale dell’esercito (lo stesso che ha consigliato al re di fare arrestare Mussolini dai carabinieri) che fa a Vittorio Emanuele III il nome di Caviglia per sostituire Badoglio e trattare di nuovo con gli angloamericani: lo scopo è che ritardino l’annuncio della resa, già firmata, per dare tempo alle divisioni italiane di organizzare la difesa di Roma, il mezzo è assicurarli della buona fede del re e scaricare ogni colpa su Badoglio, destituendolo subito. E in effetti, sostiene Cervone, la presenza a Roma di Caviglia non poteva essere casuale: arriva in treno dalla Liguria la mattina dell’8 settembre, dopo avere incontrato Ambrosio, e quando la sera sente alla radio la voce registrata di Badoglio che legge l’armistizio pensa ancora (questa è l’ipotesi dell’autore) che il piano del “colpo di stato” stia funzionando. Pensa cioè che Badoglio «forse ha già tagliato la corda a quest’ora», annota Caviglia nel suo diario, «ma il re e il comando supremo rimarranno al loro posto. E con questi pensieri mi addormentai». A quell’ora, invece, erano già fuggiti tutti.