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Hodges e la storia del “Kalashnikov, il fucile del popolo”che non ha frontiere di Fabio Fattore

Pubblicato su: Il Messaggero.it
Data: 27/07/2009

ROMA - Il suo creatore l'ha definita un "Golem": come nella leggenda yiddish, infatti, quell'arma ha acquistato una vita propria e una forza incontrollabile. E' l'Ak47, dove A sta per Avtomat che in russo significa automatico, K è l'iniziale dell'inventore e 47 l'anno di fabbricazione. Alla sua storia, che è anche storia di guerre, rivoluzioni, ideologie e terrorismo degli ultimi sessant'anni, è dedicato il libro Kalashnikov, il fucile del popolo. Scenari di un'arma senza frontiere di Michael Hodges (Tropea, 251 pagine, 16,90 euro).
Oggi, secondo una stima prudente delle Nazioni Unite, ci sono almeno 70 milioni di Kalashnikov in circolazione nel mondo: un numero che impressiona, una ragione di più - sostiene l'autore, un giornalista freelance inglese - per temere i misteriosi poteri di quest'arma-simbolo, capace di condizionare le menti e le vite di interi popoli. Hodges si avventura in un viaggio sulle tracce del Golem incontrando alcune persone e raccontandone le storie: tutti tasselli di un mosaico che parte dalla dacia del generale Michail Kalashnikov a Izevsk e finisce negli Stati Uniti degli scontri tra bande e delle cronache di ordinaria follia. E che l'autore poi raggruppa, seguendo un ordine cronologico, in tre fasi segnate dal ruolo diverso giocato dal Kalashnikov: «Innanzitutto come il fucile che ha consentito all'Unione Sovietica di tenere sotto controllo i vasti territori acquisiti in seguito alla vittoria sulla Germania nazista; in secondo luogo come l'icona della rivoluzioni nel Terzo mondo; e infine, tra le mani di Osama bin Laden, come protagonista indiscusso del terrorismo internazionale e come il fucile più diffuso al mondo».
Alcuni di questi racconti colpiscono di più, altri meno. Bellissimo, ad esempio, quello che raccoglie dal signor Phuong, funzionario di un'ambasciata vietnamita in Europa. Da giovane, nella guerra del Vietnam, si faceva su e giù in camion il sentiero di Ho Chi Min per trasportare viveri e munizioni, finché un giorno, sotto attacco aereo, sparò in cielo con il suo Kalashnikov e un bombardiere americano B52 - per tutt'altra causa - cadde giù: al regime di Hanoi non sembrò vero di accreditare la leggenda e fare del soldato Phuong un eroe della lotta all'imperialismo. Tragica, invece, l'epopea di un altro combattente, il palestinese Jibril, di cui viene a sapere da un suo amico, un fotografo francese testimone dei massacri in Palestina.
E altrettanto sconvolgente è la vita del rapper sudanese Emmanuel Jal: oggi un artista molto popolare in Africa, pochi anni fa uno dei tanti bambini-soldato del continente. Perchè una delle caratteristiche che hanno fatto la fortuna del Kalashnikov e dei suoi derivati (insieme all'indistruttibilità, la facilità nel produrlo, la scarsa manutenzione di cui ha bisogno e la potenza di fuoco devastante) è proprio la sua semplicità: anche un bambino, con un Ak tra le mani, può diventare un efficace strumento di morte. «Come potevo sapere quanto sarebbe durato l'Ak o che cosa avrebbe fatto nel mondo? Ma ora lo so fin troppo bene», confessa il generale Kalasnhikov a Hodges.
Anche quella dell'inventore, in effetti, è una storia che ha dell'incredibile: il ragazzino siberiano figlio di kulak, contadini proprietari di una fattoria, e vittima perciò delle persecuzioni di Stalin, che fugge dalla prigionia e si inventa, clandestinamente, una nuova vita in fabbrica, entrando nello stesso partito che l'avrebbe voluto morto. Sergente carrista, nella Seconda guerra mondiale combatte con coraggio ma soprattutto mette a punto quell'innata capacità di progettare e costruire che lo porta a competere con le menti più brillanti dell'Urss. E' il suo prototipo che nel '47 sbaraglia i concorrenti e diventa il nuovo fucile d'assalto dell'Armata rossa.
Una favola, la sua, che come quella del soldato vietnamita che sparò al B52, è un misto di verità e propaganda: il contadino di genio che inventa l'arma per sconfiggere il nazismo prima e l'imperialismo americano poi. L'arma che «sarebbe diventata l'espressione della rivoluzione internazionale, eppure il suo primo impiego sulla scena internazionale sarebbe stato per soffocare la rivoluzione popolare in Ungheria nel 1956».
Mezzo secolo dopo, la "cultura del Kalashnikov", da una montagna dell'Afghanistan a una boscaglia africana, da un banchetto nuziale in Iraq o un corteo funebre in Palestina, fino alle casette a schiera dello Yorkshire o Lancashire dove la jihad fa proseliti tra gli asiatici di ultima generazione, avrebbe continuato a godere di ottima salute.