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Mario Soldati, corrispondente di guerra riscatta quei ragazzi con la divisa verde di Fabio Fattore

Pubblicato su: Il Messaggero.it
Data: 03/08/2009

ROMA - Da Dino Buzzati sulle rotte maledette del Mediterraneo a Guido Piovene al seguito delle truppe fasciste in Spagna, a Curzio Malaparte testimone del fronte russo: scrittori italiani che si sono fatti le ossa con le corrispondenze di guerra o che ci si sono cimentati. Lo ha fatto anche Mario Soldati, nel 1944 dopo la liberazione di Roma, per l’Avanti e l’Unità.
Quella cartella di 8 articoli, dove aveva scritto a mano Corrispondenti di guerra come se li avesse voluti raccogliere per utilizzarli in seguito, è stata pubblicata ora a cura di Emiliano Morreale, conservando lo stesso titolo pensato da Soldati: Corrispondenti di guerra, Sellerio editore, 123 pagine, 10 euro.
Scrittore, regista e sceneggiatore, Soldati appare in una veste nuova ma che si combina bene con le altre. Già nella Napoli degli alleati, Soldati lavora con Steno a un giornale di propaganda destinato oltre le linee e con Arnoldo Foà a una programma satirico alla radio. Nel giugno del ’44 torna nella Roma liberata e cerca di darsi da fare nel cinema, che rinasce dalle macerie, e nel teatro di rivista. In autunno parte come inviato per il fronte, che è fermo sull’Appennino tra Emilia-Romagna e Toscana, lungo la linea Gotica. Solo alla metà di ottobre, infatti, il comando alleato autorizza i giornalisti italiani a seguire da vicino le operazioni, anche se in un primo momento nega il permesso ai comunisti. Poi ci ripensa e autorizza Soldati a pubblicare le sue corrispondenze non solo sull’Avanti, ma anche sull’Unità. Per lui, che spera ancora in un nuovo congresso di Livorno capace di riunire la sinistra italiana, è di buon auspicio.
Di guerra combattuta, in realtà, Soldati ne vede poca. Ma il suo scopo non è tanto quello di raccontare le imprese degli angloamericani, quanto quella di far conoscere agli italiani che ci sono anche loro, i militari del ricostituito Regio esercito. Non sono più in grigioverde, ora indossano una divisa verde fornita dagli alleati come tutto il resto ma, scrive Soldati, la portano con onore.
Quelli che incontra, però, gli ricordano l’umiliazione della loro entrata a Roma, quando «sfilarono muti, mortificati, tra una folla che applaudiva frenetica agli inglesi agli americani ai polacchi ai sudafricani ai canadesi ai neozelandesi agli indiani, e scorgendo questi vecchi soldati coi muli non capiva più che erano gli alpini italiani che avevano combattuto anche loro per la liberazione di Roma: no, la folla non li riconosceva: smetteva di applaudire e chiedeva con crudele ingenuità: “Chi siete? Siete dei prigionieri?”». Le prime umiliazioni, poi l’essere impiegati sempre più spesso per portare viveri e munizioni agli alleati piuttosto che per combattere: l’Esercito del Sud rinasce così, dopo il disastro dell’8 settembre. Ma Soldati si sforza, con un ottimismo a volte disarmante, per far capire che non è vero, che i nostri si fanno onore: visita le retrovie, incontra i reparti di salmerie, si spinge a cantare le lodi del mulo. «Ci sono due cose di cui gli stranieri non si convinceranno mai: che la nostra vecchia letteratura sia interessante, e che i nostri soldati siano valorosi». E’ una doppia calunnia, dice, dovuta al fatto che né la prima né i secondi sono molto conosciuti. Anche l’ironia lo aiuta a sostenere la sua tesi. Come quando racconta di quel colonnello italiano, vecchio ufficiale di cavalleria e ora al comando di un reparto di muli. Una sera, a cena, il colonnello incontra alcuni colleghi americani con cui aveva gareggiato in passato in concorsi ippici. «Uno di questi, scherzando amichevolmente e alludendo all’attuale comando tenuto dal nostro ufficiale: “Mi pare, colonnello” gli disse “mi pare che adesso siate sceso...”. “Sbagliate” rispose il colonnello “non sono io che sono sceso; sono i muli che si sono elevati”».
C’è, nelle corrispondenze dal fronte di Soldati - o meglio, dalle retrovie - tutta la fiducia nel soldato-travet e nell’Italia che rinasce, non schiava ma con la sua dignità. Certo, si lascia sfuggire, se l’esercito non si fosse dissolto l’8 settembre ma fosse stato in grado di opporsi subito ai tedeschi, chissà quanti lutti e quanti disastri avrebbe risparmiato all’Italia. Anche se scrive per un giornale socialista e uno comunista, però, non ne attribuisce la colpa a nessuno (il re, Badoglio) e preferisce spiegare tutto con le ineluttabili leggi della morale e del destino: «Venti anni di fascismo non possono non essere scontati. Una nazione che ha sopportato una tirannia come quella per venti anni, adagiandovisi e crogiolandovisi, non poteva di colpo ritrovarsi forte, libera e pura. Doveva prima pagare fino alla fine, soffrire ed essere punita fino alla fine». «Mettiamoci una mano sulla coscienza - conclude - in questi venti anni tutti noi italiani, salvo piccole gloriose minoranze, siamo stati, attivamente o passivamente, fascisti, e quindi ci siamo meritati questa fine. V’è però un’ingiustizia straziante: che proprio i migliori di noi siano oggi i più colpiti: e cioè i nostri soldati, che hanno combattuto per quattro anni una guerra assurda, anzi opposta al loro sentimento, e oggi, quando giunse alfine il momento di combattere secondo il loro cuore... si videro inspiegabilmente disarmati, spogliati, dispersi, cacciati per la penisola come un’immensa orda di ladroni laceri, senza nome e senza onore: e tutto questo per espresso ordine dei signori ufficiali». Ma il riscatto degli italiani, vuole dimostrare Soldati in tutti i suoi articoli, passerà anche attraverso quei ragazzi con la divisa verde.