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La morte del duce e i soldi dei gerarchi: in libreria due nuovi saggi sul fascismo di Fabio Fattore

Pubblicato su: Il Messaggero.it
Data: 23/08/2009

ROMA - Due grandi firme del giornalismo italiano del '900, due loro reportage su alcune pagine misteriose del fascismo. Ha debuttato così la nuova collana di Mursia “Inchiostri”, a cura di Beppe Benvenuto e Filippo Maria Battaglia, che intende raccogliere inchieste e articoli sulla storia italiana in libri di piccolo formato e poche pagine. I primi due titoli sono di tutto rispetto: Da Milano a Dongo, l'ultimo viaggio di Mussolini di Paolo Monelli (120 pagine, 10 euro) e Gli arricchiti all'ombra di Palazzo Venezia di Silvio Bertoldi (72 pagine, 10 euro).
Il servizio di Monelli sulla morte del Duce fu pubblicato sul mensile “Storia illustrata” nel lontano 1965, ma è quanto mai attuale. Retroscena e dettagli anche di non poco conto non sono mai stati chiariti del tutto, tant'è vero che proprio quest'anno sono usciti due scritti interessanti, un articolo di Michaela Sapio su “Nuova storia contemporanea”, dal titolo “Gli ultimi giorni di Mussolini tra storia e verità” e un libro edito da Garzanti e ricco di fonti inedite, La fine, gli ultimi giorni di Benito Mussolini nei documenti dei servizi segreti americani (1945-1946) di Giorgio Cavalleri, Franco Giannantoni e Mario J. Cereghino.
Il resoconto di Monelli è chiaro, appassionato e, almeno sulla base dei documenti noti all'epoca, serio e rigoroso. Monelli (1891-1984) è stato una delle penne più brillanti del giornalismo italiano: dal Resto del Carlino alla Gazzetta del Popolo, la Stampa e il Corriere della Sera, dalle corrispondenze di guerra dall'Etiopia e dai fronti della Seconda guerra mondiale. Ha anche scritto libri memorabili, come quello sulla sua esperienza di ufficiale degli alpini nella Grande guerra, Le scarpe al sole, e Roma 1943.
E' stato, certo, un giornalista perfettamente integrato nel regime fascista, il cui spirito libero non aveva altro sfogo se non le battute caustiche e i giochi di parole con cui bersagliava questo o quel gerarca, anche se negli anni bui della guerra civile, dal 1944 al '45, ha vestito la divisa di ufficiale del Corpo italiano di liberazione.
Nel '47 Monelli, come giornalista, torna nel punto in cui furono uccisi Mussolini e Claretta Petacci: «C'erano ancora due rozzi croci nere sulla cimasa del muro, fatte con la morchia, come mi dissero, da un arrotino di passaggio che aveva inteso indicare il luogo preciso dove caddero le vittime». Monelli raccoglie testimonianze, mette a confronto le fonti, ricostruisce il profilo psicologico del Duce e ne racconta la tragedia umana, partendo dall'incontro con il cardinale Schuster e la disperata trattativa con il Cln nell'arcivescovado di Milano, fino alla fucilazione decisa in fretta e senza processo dopo essere caduto nella mani dei partigiani. E mette in risalto, Monelli, l'umanità e la correttezza del partigiano Pedro, che fa di tutto per tutelare il suo prigioniero e consegnarlo sano e salvo alle autorità, in contrasto con la brutalità di Valerio e Guido, che alla fine se lo fanno consegnare e lo giustiziano.
Il libro di Bertoldi (nato nel '20, inviato di Oggi, direttore di Epoca e la Domenica del Corriere, infine grande firma del Corriere della Sera) è un altro reportage pubblicato su “Storia illustrata”, ma nel 1979. Anche in questo caso l'argomento, cioè la corruzione e le fortune accumulate dai gerarchi del fascismo, è attuale perché, come scrive Bertoldi, «purtroppo il costume che oggi degrada l'Italia comincia con loro. Purtroppo, lo spartiacque tra la seria e onesta democrazia liberale delle “mani nette” e la disonorata democrazia odierna delle mani sporche, è qui».
Considerazioni del '79 che, dopo Tangentopoli e Mani pulite, conservano il loro valore. «Partono tutti, o quasi, con le pezze al sedere», scrive Bertoldi dei “ras” di cui ricostruisce nei dettagli le straordinarie ascese. «Curiosamente, al sollo della parabola li scopriamo tutti proprietari di giornali importanti: brutto segno, elemento molto sospetto, tenendo conto di come e di dove sono partiti» e che «già allora un giornale costa». Lo stesso Mussolini si meraviglierà di come, ad esempio, Dino Grandi (quello del famoso ordine del giorno del 25 luglio '43 che decreta la caduta del Duce), da semplice avvocato, sia riuscito a comprarsi il Resto del Carlino e una villa principesca a Frascati. Solo Mussolini non ruba, ammette Bertoldi, e muore tutto sommato povero: ma nemmeno lui può essere assolto. Primo, per come favorisce la famiglia dell'amante Claretta Petacci (il fratello, spericolato avventuriero della finanza, e il padre, medico del Papa, a cui permette di guadagnare 2000 lire al mese per un paio di articoli per il Messaggero, senza contare la villa alla Camilluccia). Ma soprattutto, perché non fa niente per evitare o punire le ruberie dei suoi gerarchi.
La collana “Inchiostri” prosegue con altri due titoli usciti in questi giorni: Il terremoto della ricchezza. Inchiesta sull’Irpiniagate di Paolo Liguori e Viaggio in Versilia. L’estate del boom di Gian Carlo Fusco