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"I volti della guerra": tutto l'orrore umano dalla Spagna di Franco al Vietnam Martha Gellhorn racconta in un'antologia di articoli le sofferenze di chi è vittima delle guerre di Fabio Fattore

Pubblicato su: Il Messaggero.it
Data: 14/10/2009

ROMA - «Bionda, alta, audace, si avvicina molto all'idea hollywoodiana di quella che dovrebbe essere una giornalista di classe», scrisse di lei il giornale dove cominciò la sua carriera di inviata di guerra. Una carriera lunga oltre mezzo secolo, dalla guerra civile di Spagna all'invasione americana di Panama dell'89 passando per la Seconda guerra mondiale, il Vietnam, la Guerra dei sei giorni.
Si chiamava Martha Gellhorn ed era anche la terza moglie di Ernest Hemingway: ma soprattutto una giornalista appassionata, sensibile e che, nonostante le disillusioni, continuò a fare bene il suo lavoro fino in fondo. «Da giovane credevo nella perfettibilità dell'uomo e nel progresso, e pensavo al giornalismo come a un faro guida...Occorsero nove anni, una grande depressione, due guerre terminate con la sconfitta e una resa senza guerra, per spezzare la mia fede nel potere benigno della stampa. Gradualmente giunsi a comprendere che la gente è più incline a credere alle menzogne che alla verità... Il faro guida del giornalismo non rischiarava più di una lucciola».
Di Martha Gellhorn il Saggiatore pubblica I volti della guerra. Cinquant'anni al fronte (379 pagine, 22 euro), un'antologia di articoli selezionati da lei stessa a più riprese: dalla prima edizione del 1959 e poi nel '67, '86, '88 e '93, con tanto di introduzioni e conclusioni che sono stati tutti inseriti in appendice. Martha Gellhorn muore nel 1998 a 89 anni, malata e quasi cieca: anche lei suicida come Hemingway, l'uomo con cui divide non solo una tormentata storia d'amore cominciata sul fronte di Madrid e durata per tutta la Seconda guerra mondiale, ma anche un certo modo di vivere la realtà del suo tempo, conoscerla e raccontarla; un'aspirazione alla letteratura che nel suo caso, però, resta sempre in secondo piano rispetto al giornalismo (e non aveva detto proprio Hemingway che il giornalismo può essere un buon approccio alla letteratura, purchè poi ci se ne liberi per tempo?).
Ma è pur sempre grande giornalismo, quello di Martha. Parte per caso: nel '37 si precipita in Spagna e, come si definisce, è solo una «turista bellica». Ha in tasca, all'occorrenza, una lettera di presentazione della rivista newyorkese Collier's, ma «in realtà non avevo contatti né con riviste, né con giornali, e immaginavo che l'unica cosa che si potesse fare in caso di guerra fosse recarsi sul posto, in segno di solidarietà, e rimanervi uccisi o, con più fortuna, sopravvivere fino al termine del conflitto». Si mette alle calcagna degli corrispondenti di guerra “veri”, sfruttando i mezzi di trasporto e i lasciapassare forniti dalle autorità repubblicane, finchè «un amico giornalista osservò che avrei dovuto mettermi a scrivere; era l'unico modo per servire la Causa, come gli spagnoli chiamavano solennemente, e noi affettuosamente, la guerra della Repubblica. Dopotutto ero una scrittrice, no?». Accetta il suggerimento di scrivere un pezzo sulla vita quotidiana nella capitale assediata, lo manda a Collier's che glielo pubblica e ne chiede altri. Da allora Martha non smetterà più di raccontare guerre.
Sono anni in cui non è facile, per una donna, farsi accettare in prima linea. Nella Seconda guerra mondiale, ad esempio, le autorità alleate non vogliono accreditarla (e lei aveva già coperto Finlandia e Cina) ma non riescono a fermarla: s'imbuca come infermiera su una nave ospedale, la prima che raggiunge le coste della Normandia il giorno dopo il D-Day, e riesce anche a sbarcare sulla spiaggia “Easy Red”. Farsi accettare su fronti giudicati secondari, invece, è più facile: nel '44 è in Italia, con l'Ottava Armata lungo l'Adriatico dalle Marche fino alla Linea Gotica. Ai soldati polacchi che le raccontano la loro tragedia, ad opera tanto dei tedeschi quanto dei russi, e che guardano con paura al futuro del loro Paese, Martha risponde che no, la guerra combattuta per difendere i diritti dell'uomo non si sarebbe mai potuta concludere ignorando quelli dei polacchi. «Ma io non ero polacca. Io appartenevo a un grande paese libero e parlavo con l'ottimismo di coloro che sarebbero stati per sempre al sicuro... Nessun americano ha il diritto di insegnare qualcosa ai polacchi, perchè nessuno di noi ha mai provato sofferenze simili». L'articolo, giudicato da Collier's troppo critico nei confronti degli alleati russi, non sarebbe mai stato pubblicato.
Martha Gellhorn sa raccontare le sofferenze di chi è vittima delle guerre e sa indignarsene: dai bambini denutriti e feriti del Vietnam alle libertà calpestate in America Latina, al dramma senza fine del Medio Oriente (che lei, come la “Gellhorn italiana”, Oriana Fallaci, vive dalla parte degli israeliani: una simpatia cominciata quando nel '45, prima giornalista, mette piede nel lager di Dachau appena liberato). Anche quando ha capito che il giornalismo non è un faro guida, ma una lucciola. La lezione della Seconda guerra mondiale non ha insegnato niente, a giudicare dall'orrore che è seguito, e ormai, conclude amaramente, non ha senso né sperare nella vittoria, né disperarsi per la sconfitta. «La vittoria e la sconfitta sono entrambi attimi fuggenti. Non esistono fini: esistono solo mezzi. Il giornalismo è uno di essi, e sono ormai convinta che rendere onesta testimonianza sia di per sé un atto di valore. Il giornalismo serio, scrupoloso, onesto è essenziale, non perchè si tratta di un faro guida, ma perchè rappresenta una forma di comportamento onorevole che coinvolge tanto il giornalista, quanto il lettore».