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Il massacro: quel baratro tra mito e realtà nella strage di Marzabotto di Fabio Fattore

Pubblicato su: Il Messaggero.it
Data: 16/10/2009

ROMA- In una frase, all'inizio, è racchiuso il senso del libro: «Della strage di Marzabotto si conosce quasi tutto, del massacro di Monte Sole relativamente poco». Sembra un paradosso, perchè si parla della stessa cosa: la cosiddetta strage di Marzabotto non è che la somma di tanti massacri, in 115 luoghi distinti e per un totale di circa 770 civili uccisi (tra cui 216 bambini sotto i 12 anni) nel territorio sotto Monte Sole in tre comuni a sud di Bologna (Marzabotto, Grizzana e Monzuno), commessi tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944 da reparti tedeschi della 16ª divisione granatieri “Reichsfuhrer-SS”.
In realtà Luca Baldissara e Paolo Pezzino, docenti di storia contemporanea all'Università di Pisa e autori dell'ottimo libro del Mulino “Il massacro. Guerra ai civili a Monte Sole” (613 pagine, 33 euro), partono dall'idea che tra il “mito” di Marzabotto, come si è fissato nella memoria collettiva, e il fatto storico, esista un baratro. Il loro studio cerca di colmarlo: «Siamo stati infatti guidati in questo faticoso lavoro dall'esigenza in primo luogo di ricostruire i fatti, di ripercorrere il come, e, in secondo luogo, di comprendere il fatto, di interrogarci e fornire ipotesi sul perchè».
A più di sessant'anni di distanza e dopo tante distorsioni o mistificazioni è un'impresa ardua se non disperata: ma il libro, sostenuto dallo stesso Parco storico di Monte Sole, è la ricostruzione più seria, organica e completa realizzata finora sull'argomento. Già l'espressione “strage di Marzabotto” è fuorviante, perchè fa pensare a un reparto che arriva in un paese per punirne gli abitanti e riparte a operazione conclusa, come accaduto in altre località. Addirittura solo nel 1995 il numero ufficiale dei morti accertati è sceso da 1830 a 770: questo per dire non che la strage sia stata meno grave (resta infatti la peggiore commessa dai tedeschi nell'Europa occupata escludendo i territori dell'Est) ma che la sua ricostruzione storica è sempre stata molto fumosa, nonostante tre processi (uno inglese a Padova nel '47 e due italiani, nel '51 a Bologna e nel 2006 a La Spezia) e la condanna del principale accusato, Walter Reder, comandante del famigerato 16° battaglone esplorante (poi scarcerato con una sentenza del Tribunale di Bari del 1980).
Le strumentalizzazioni politiche hanno fatto il resto: dall'esaltazione del ruolo dei partigiani della brigata “Stella rossa”, al punto da proclamarne membri e martiri gli innocenti uccisi a Monte Sole, alla loro demonizzazione e le accuse di non avere difeso la popolazione. Baldissara e Pezzino, con un lavoro paziente e rigoroso, hanno messo a confronto tutte le fonti bibliografiche e archivistiche, gli atti processuali, le testimonianze dei superstiti, districandosi tra fatti storici, errori e leggende. La loro conclusione è che il massacro di Monte Sole è «un capitolo della guerra antipartigiana in Italia, strategicamente condotta dagli alti comandi tedeschi attraverso la formulazione di un coerente sistema di ordini teso alla devastazione del territorio e dell'habitat della guerriglia, reso possibile nella sua forma terroristica e assassina dal “di più” di violenza legittimato dall'ideologia nazista».
È un'operazione militare a tutti gli effetti: non nel senso che nei processi del dopoguerra gli imputati hanno attribuito all'espressione (inventando cioè che le vittime civili c'erano state ma accidentalmente, in quanto per eliminare i partigiani della Stella rossa avrebbe avuto luogo un grosso combattimento, casa per casa e con l'impiego massiccio di artiglieria). «Ma nel senso che venne progettata come un'operazione militare a tutti gli effetti, non solo nelle modalità di esecuzione secondo i canoni tattici del rastrellamento, ma anche negli obiettivi: lo sterminio dei civili e la devastazione del territorio costituivano infatti un ormai collaudato sistema - basti pensare ai prcedenti massacri, sempre a opera della 16^ divsione SS, di Sant'Anna di Stazzema e Vinca - per debellare la presenza o la minaccia partigiana in una determinata zona».
A Monte Sole non c'è mai stata una vera e propria battaglia con i partigiani, l'uccisione del comandante Lupo è stata quasi casuale e le vittime poche, da una parte e dall'altra: Reder com'è naturale ha gonfiato il numero dei suoi caduti, che in realtà erano stati solo 7 più 29 feriti, mentre i circa 800 partigiani hanno avuto solo una ventina di perdite. Quando poi le SS, il secondo giorno, erano tornati sul posto per completare il lavoro, i partigiani ormai si erano spostati altrove.
In realtà i tedeschi non cercavano quasi mai lo scontro diretto con i partigiani: per piegarli era molto più facile ed efficace la strategia dello stragismo. A Monte Sole i partigiani costituivano una minaccia seria, perchè immediatamente a ridosso della linea Gotica e lungo le probabili direttrici di attacco degli alleati: i tedeschi non potevano tollerare l'interruzione delle linee di rifornimento e comunicazioni alle loro spalle, né l'ipotesi di essere presi tra due fuochi. «In questo senso, dunque, sul massacro di Monte Sole si può paradossalmente e utilmente adottare la prospettiva degli esecutori stessi: perchè considerarlo anche un'operazione militare (più precisamente: un'azione criminale condotta secondo modalità tipicamente militari), e di successo, giacchè al termine di quelle tragiche giornate di inizio autunno del 1944 la brigata Stella rossa si dissolse, contribuisce a chiarirne il contesto e il modus operandi».
In una ricostruzione così scientifica della “Guerra ai civili a Monte Sole”, nata con lo scopo di spiegare il “come” e il “perchè”, colpisce un “effetto collaterale”: il modo in cui gli autori sono riusciti a rendere l'orrore. Non un aggettivo o una descrizione di troppo: bastano le semplici parole dei testimoni, contenute in stringati verbali d'interrogatorio o raccolte in seguito, per dipingere, pennellata su pennellata, un affresco apocalittico. Le donne e i bambini che restano nei loro casolari, confidando che i tedeschi come sempre cercheranno gli uomini da rastrellare e loro non avranno niente da temere; e poi quei casolari incendiati con le persone rinchiuse dentro, le mattanze a colpi di bombe a mano, fucili e mitragliatrici, i feti strappati dalle donne incinte, le ragazze e i bambini impalati, l'eccidio dentro la chiesa di Casaglia (quasi un centinaio di fedeli con il loro sacerdote) e nell'asilo di Cerpiano, le risate di scherno di quei giovanissimi con il teschio cucito sulle divise.