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Gli autori ripercorrono alcuni periodi storici mostrando in che modo vi è stata una distorta ricostruzione degli eventi

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"La storia negata", dieci saggi contro il revisionismo e l'uso politico della storia
Gli autori ripercorrono alcuni periodi storici mostrando in che modo vi è stata una distorta ricostruzione degli eventi di Fabio Fattore

Pubblicato su: Il Messaggero.it
Data: 10/02/2010

ROMA - L’argomento è di quelli che escono dal circolo degli addetti ai lavori, finiscono su tv e giornali, accendono gli animi e scatenano scontri a tutti i livelli: tra politici come tra gente comune. Il titolo del libro, che esce per Neri Pozza (pag. 383, 20 euro) è “La storia negata. Il revisionismo e il suo uso politico”: dieci saggi di Mario Isneghi, Nicola Labanca, Nicola Tranfaglia, Giorgio Rochat, Lucia Ceci, Mimmo Franzinelli, Enzo Collotti, Aldo Agosti, Giovanni De Luna, Angelo D’Orsi, più uno introduttivo del suo curatore, Angelo Del Boca. Tutti schierati, ciascuno per le proprie competenze (dalla storia del Risorgimento a quella della Resistenza, passando per fascismo, comunismo, colonialismo, questione cattolica, Shoah, Seconda guerra mondiale) contro un fenomeno esploso negli ultimi dieci anni.
Una premessa. «Ogni buona storia - ricorda Labanca - revisiona quella precedente». Ma se, aggiunge D’Orsi, la revisione è un «momento irrinunciabile del lavoro del ricercatore storico», il revisionismo invece è «l’ideologia e la pratica della revisione programmatica» e si colloca in un ambito politico. Il «manifesto programmatico del revisionismo italiano», come lo definisce De Luna, è l’intervista “Rosso e Nero” rilasciata dallo storico Renzo De Felice nel 1995. De Felice, autore della monumentale ricerca su Mussolini durata oltre trent’anni, è quindi il bersaglio principale degli “anti-revisionisti”. In particolare Tranfaglia (come pure l’inglese Denis Mack Smith) contrappone alla «visione edulcorata del fascismo» di De Felice quella di una «dittatura moderna e feroce, fascismo primogenito in Europa ed esempio importante per Hitler e il nazionalsocialismo tedesco prima della conquista del potere, intimamente legato alla violenza e alla guerra».
Ad esempio Del Boca (rifondatore a partire dal ‘65 della storia coloniale italiana che prima di lui era rimasta ferma agli studiosi del Ventennio) nota come De Felice abbia trascurato la gravità della guerra d’Etiopia, cioè l’aggressione a uno stato sovrano «costata agli etiopici oltre 300.000 morti fra militari e civili» e addirittura abbia liquidato con una sola riga «la questione dell’impiego sistematico degli aggressivi chimici, forse il peggior crimine che si può imputare al fascismo». In realtà a De Felice non si possono negare né meriti, né rigore metodologico: tant’è che gli “anti-revisionisti” coordinati da Del Boca si accaniscono soprattutto contro gli storici da “libri-strenna”, giornalisti, divulgatori politicamente orientati.
Da Pansa a Vespa e Petacco, partendo dai precursori come Montanelli: quest’ultimo, osserva Isneghi, capace di scrivere un libro su Garibaldi vantandosi di non dichiarare le fonti bibliografiche né aggiungere note «perchè seducono i professori di storia ma infastidiscono il lettore comune», e quindi pretendendo di «essere, semplicemente, credibili e creduti sulla parola in base a un’acquisita autorità di cronisti». A volte, più che di “revisione”, si può parlare di “rimozione”. Come per il mancato dibattito, durante la prima Repubblica, sulle nostre colonie: da una parte ha permesso il perpetuarsi della leggenda degli “italiani brava gente” e del mito che in fondo, in Africa, «era meglio quando c’eravamo noi»; dall’altra ha fatto in modo che le stesse istituzioni repubblicane, le rare volte che se ne sono occupate, lo hanno fatto su posizioni nazionaliste ed eredi dirette di quelle fasciste.
Labanca cita alcuni casi anche recenti: dalla disputa per la restituzione dell’obelisco di Axum all’Etiopia, alle «poche generiche affermazioni» al posto di pubbliche scuse in occasione del trattato con la Libia di Berlusconi, alla mostra del 2004 allestita tra Asmara e Roma sugli «ascari come epopea, trasportando quasi senza nessuna mediazione critica un mito del regime nella realtà della Repubblica». Di rimozione, scrive Rochat, si può parlare anche per la Seconda guerra mondiale, con le eccezioni (decontestualizzate) della ritirata di Russia e di El Alamein. I motivi: la solita difficoltà dell’Italia repubblicana nel fare i conti con il passato (la guerra è stata «fascista, ma pure guerra nazionale»); il disinteresse e l’ostruzionismo dei vertici politico-militari (Rochat cita anche la quasi inaccessibilità dei nostri archivi storici, militari e non, rispetto a quelli di Stati Uniti, Francia ecc., a cui poi bisogna attingere per studiare i fatti di casa nostra); infine la stessa latitanza degli storici, «senza troppe distinzioni di scuole o scelte politiche», dalla storia militare in genere. Anche le responsabilità italiane sull’Olocausto, scrive Collotti, sono emerse solo in tempi molto recenti e ad opera di studiosi stranieri (l’israeliano Meir Michaelis nel ‘78 e l’americana Susan Zuccotti nell’88) dopo che per decenni la stessa storiografia internazionale, di fronte a un vuoto quasi totale di studi italiani, aveva finito per accreditare la tesi nostrana di una partecipazione ridottissima alla persecuzione degli ebrei e di un ruolo più da vittime che da carnefici. Dimenticando tra l’altro le basi razziste del fascismo (la politica segregazionista nelle colonie africane) che precedono le leggi razziali del ‘38: leggi che le tesi auto-assolutorie considerano piuttosto un prodotto importato dalla Germania hitleriana e applicato, in maniera blanda, più per omaggio all’alleato che non per reale convinzione. E sempre a proposito di ebrei, ma non solo, c’è chi nota, come fa Ceci nel suo saggio sul revisionismo di matrice cattolica, che «le istituzioni e i momenti rivalutati da tale produzione editoriale sono precisamente quelli su cui più volte è tornato Giovanni Paolo II per chiedere perdono: Inquisizione, crociate, violenza nel servizio della verità. Un posto particolare Wojtyla lo ha riservato agli ebrei».
Da una parte il Papa che chiede scusa per certi errori della Chiesa, dall’altra invece una storiografia che rivaluta «il ruolo dell’Inquisizione, l’effetto civilizzatore delle crociate contro i catari e gli albigesi, la funzione positiva delle insorgenze controrivoluzionarie, senza nessuna ricerca documentaria di prima mano, saccheggiando i lavori di studiosi che hanno trascorso anni negli archivi e piegandoli con disinvoltura alle proprie tesi». Se due critiche, da semplice lettore, si possono rivolgere al libro, sono una il linguaggio “violento” (almeno in alcuni saggi) che a tratti va oltre la naturale vis polemica e si pone sullo stesso piano di quello “revisionista” che gli autori contestano; l’altra, l’assenza di contributi sulle manipolazioni operate da sinistra: ma è anche vero che già nel titolo, quando parlano di uso politico della storia, chiariscono subito di volersi riferire solo a quello dei cosiddetti “revisionisti” e non di altri.
E l’importante forse, più che l’obiettività che non appartiene a nessuno (né ai revisionisti, né agli “anti”) sono l’onestà intellettuale unita al rigore metodologico, secondo la lezione di Salvemini ricordata, giustamente, nel saggio di D’Orsi: «Lo storico che si dichiara obiettivo o è uno sciocco, o un uomo in malafede, quasi lupo travestito da agnello». Per cui ciò che conta è la «probità»: dichiarare le proprie passioni e prendere «le contromisure nei loro confronti».