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Wehrmacht, le verità di Knopp sull'esercito nelle mani di Hitler di Fabio Fattore

Pubblicato su: Il Messaggero.it
Data: 05/03/2010

ROMA - Fu forse una delle più efficienti e spietate macchine da guerra della storia. La Wehrmacht di Adolf Hitler fu capace infatti, in cinque anni, di occupare mezza Europa, compiendo imprese mai realizzate da nessun altro esercito e allo stesso tempo macchiandosi di crimini aberranti.
Il giornalista e storico divulgatore Guido Knopp affronta il tema da un nuovo punto di vista: non tanto la Wehrmacht come istituzione, ma «gli uomini che ne fecero parte: generali, ufficiali, sottufficiali e soldati, insomma la “gente del tutto comune” che militò nell’esercito germanico. Fu una truppa di docili e ubbidienti yes-mes? O un esercito di milioni di giovani di cui si abusò?». Lo scrittore tedesco cerca di rispondere a questo interrogativo in “Wehrmacht. La macchina da guerra del Terzo Reich” (Corbaccio, 330 pagine, 24 euro).
L’argomento è di quelli difficili da accettare e digerire, specialmente per un tedesco. Ma dopo la mostra sui crimini della Wehrmacht, che tra il 1995 e il ‘99 è stata visitata da oltre un milione di persone e ha scardinato in patria il mito dell’esercito innocente e delle SS colpevoli di tutto, «è venuta l’ora - scrive Knopp - di fare il bilancio sulla Wehrmacht».
Tanto più che quel dibattito ha alimentato nuove ricerche, sono emersi documenti inediti dagli archivi dei paesi dell’Est e non solo: ad esempio Knopp usa i verbali delle intercettazioni ambientali degli ufficiali tedeschi che erano prigionieri degli inglesi a Trent Park. Inoltre, «data l’età, possono essere ancora interpellati molti testimoni, il cui riserbo dei primi anni cede al bisogno di comunicare le esperienze spesso angosciose e traumatiche vissute all’epoca». L’autore, raccogliendo le parole anche di questi testimoni, segue la tragica epopea della Wehrmacht, la “forza di difesa” divenuta nelle mani di Hitler (a cui dal 1934 giura direttamente fedeltà, e non più nella costituzione come faceva fino allora la “Reichswehr”, la “difesa del Reich”) un formidabile strumento di offesa.
Un’epopea che passa dalle vittorie della guerra lampo alla svolta con i primi scacchi in Russia (un fronte, questo, dove per la natura stessa di scontro tra ideologie ci si combatte violando le più elementari regole di umanità) e via via fino alla lotta ad oltranza da parte di vecchi e ragazzini per le vie di una Berlino spettrale e apocalittica. Senza dimenticare nè, per un verso, gli episodi che Knopp definisce di «resistenza in uniforme» (il più celebre: il fallito attentato a Hitler), né, per l’altro, i crimini commessi contro la popolazione civile. Il ruolo della Wehrmacht nell’Olocausto, ad esempio, dove le SS sono le protagoniste, non è quello di estranei all’oscuro di tutto o di semplici spettatori. Nel capitolo, poi, in cui passa in rassegna le atrocità nei paesi occupati, Knopp tocca anche il tema dell’Italia e degli italiani. In Italia, dopo l’armistizio dell’8 settembre, «un misto di odio e di vendetta, e la consueta brutalità nella lotta antipartigiana a tutti i livelli, fecero sì che “non vi fu crimine di guerra o delitto contro l’umanità che appartenenti alla Wehrmacht, alle SS o alla polizia tedesca non abbiano commesso ai danni di uomini, donne e bambini italiani”, ha scritto lo storico militare di Friburgo Gerhard Schreiber».
Dal massacro di Cefalonia alle condizioni disumane in cui furono trattati gli internati militari italiani (di circa 700 mila prigionieri, 46 mila morirono o durante il trasporto o per il lavoro forzato), ai circa 10 mila civili uccisi per rappresaglia. «Benchè i massacri più gravi siano stati commessi dalle Waffen SS - scrive Knopp - una gran parte delle vittime vanno addebitate ai soldati della Wehrmacht. Più del 95 per cento degli appartenenti ai reparti tedeschi in Italia non parteciparono tuttavia né direttamente né indirettamente a questi misfatti. Furono relativamente poche le unità, come per esempio la divisione Hermann Goring, formata da avieri, a distinguersi per l’inconcepibile ferocia. Benchè Hitler abbia voluto e preteso che si eseguisse anche in Italia il suo ordine di repressione del banditismo, “ricorrendo a ogni mezzo e senza riguardo per donne e bambini”, la responsabilità delle atrocità non può essere scaricata sul dittatore».
Le colpe, scendendo di livello in livello come in altrettanti gironi infernali, passano ai generali, agli ufficiali subalterni, agli esecutori materiali. C’è da notare, d’altra parte, che una simile analisi, difficile e dolorosa per un tedesco a 65 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, lo è altrettanto per un italiano, se si pensa che il dibattito sui crimini del Regio Esercito è appena agli inizi - quando non è ancora un argomento tabù. Knopp, per fare un esempio, quando parla delle brutalità tedesche in Grecia, scrive che «complessivamente ventunomila greci fuono uccisi dai tedeschi per rappresaglia; altri novemila sarebbero stati fatti fuori per vendetta dall’esercito italiano e ben quarantamila persero la vita a causa delle rappresaglie dei bulgari». Altri novemila fantasmi sulla coscienza degli “italiani brava gente”.