Sei in: Home Page > Articoli pubblicati > Curzio Malaparte inviato di guerra: dai pogrom all'operazione Barbarossa

Articoli pubblicati

Curzio Malaparte inviato di guerra: dai pogrom all'operazione Barbarossa di Fabio Fattore

Pubblicato su: Il Messaggero.it
Data: 15/06/2010

Il numero di maggio-giugno 2010 della rivista Nuova storia contemporanea diretta da Francesco Perfetti ospita una ricerca di Fabio Fattore su Curzio Malaparte inviato di guerra. Attraverso materiale d’archivio inedito e testimonianze dirette (l’intervista al compagno di viaggio di Malaparte, Lino Pellegrini, e le sue foto) l’autore indaga su una vicenda piuttosto oscura, tanto che anche di recente c’è chi ha sostenuto che Malaparte avrebbe scritto le sue corrispondenze dal fronte russo restandosene nella sua villa a Capri. L’articolo ricostruisce invece quel viaggio e i retroscena dei futuri capolavori malapartiani. Ne anticipiamo una parte.
di FABIO FATTORE
Due giornalisti su una vecchia Ford con le colonne della Wehrmacht attraverso Bessarabia e Ucraina. Alle loro spalle la città di Iasi in Romania, dove sono stati testimoni di uno dei peggiori pogrom dell’Olocausto: 13.266 morti secondo le autorità rumene, 14.850 secondo la comunità ebraica. Davanti l’operazione Barbarossa, lo scontro titanico tra Hitler e Stalin, che documentano - per primi - al seguito dell’undicesima armata del generale Eugen Ritter von Schobert.
Se uno dei due si chiama Curzio Malaparte, non sarà facile distinguere tra verità e invenzione letteraria negli scritti che ci ricava: una ventina di articoli sul Corriere della sera tra giugno e settembre del ’41 e poi confluiti nel libro Il Volga nasce in Europa, i capitoli di Kaputt e La pelle. Addirittura alcune fonti, in epoche diverse, ne metteranno in discussione il lavoro da inviato: Malaparte cioè avrebbe scritto da Iasi, o da Bucarest, o magari nella sua villa di Capri. C’è, però, il suo compagno di viaggio, Lino Pellegrini, che per il Popolo d’Italia pubblica altrettanti articoli nello stesso periodo con date, località e singoli episodi che coincidono con quelli del Corriere.
Pellegrini a 95 anni ricorda ancora l’avventura con il collega e ne conserva le foto: quella a Iasi, accanto alla chiesa dei Tre Gerarchi, con Malaparte in calzoni militari e giacca civile, distintivo fascista all’occhiello e una catenina con la croce che gli aveva regalato la mamma da bambino; in divisa da capitano degli alpini mentre passeggia in una via di Soroca e porta da mangiare ad alcuni cavalli feriti durante una sosta in Ucraina; infine a Balti, 21 luglio 1941, mentre scatta a sua volta una foto ai generali von Schobert e Giovanni Messe. Hanno fatto una deviazione di un centinaio di chilometri per incontrare le avanguardie del Corpo di spedizione in Russia e il commento di Malaparte, nel ricordo di Pellegrini, è amaro: «Quanti di questi ragazzi non vedranno mai più l’Italia».
I due si sono conosciuti a Sofia nel marzo del ’41 chiacchierando con i colleghi Max David e Virgilio Lilli davanti all’ambasciata italiana. Malaparte ha 43 anni, è stato richiamato nel 1940 e destinato al fronte francese, poi grazie ad un accordo tra i ministeri della Guerra e della Cultura popolare ha potuto fare l’inviato in modo del tutto speciale: è accettato nell’elenco dei 136 corrispondenti mobilitati, nonostante non sia iscritto al partito, ma resta alle dipendenze dell’ufficio stampa dello stato maggiore come ufficiale comandato, pur scrivendo per il Corriere.
Dopo la Grecia e la Jugoslavia, «ricevuto l’ordine di raggiungere la frontiera romeno-sovietica nell’eventualità di un conflitto con la Russia», il 19 giugno del ’41 è a Bucarest. A Iasi, una città di centomila abitanti di cui quasi la metà ebrei a meno di venti chilometri dalla frontiera, c’è già Pellegrini, con la moglie Elena Ballanti che ha sposato sei mesi prima. Sottotenente, trevigiano, ha 25 anni e non è inserito nel ruolo dei corrispondenti, ma per il Popolo d’Italia ha scritto da Rodi e dalla Jugoslavia.
Sull’operazione Barbarossa ha avuto la dritta giusta a Bucarest dall’addetto militare dell’ambasciata, colonnello Corrado Valfrè di Bonzo, con cui ha fatto amicizia un paio d’anni prima a Mosca. Ci resta male quando Malaparte lo raggiunge a Iasi, poi però, «con i bombardamenti e le sparatorie a getto continuo», la possibilità di condividere fatica e pericoli gli fanno superare l’antagonismo professionale.
«Simpatizzammo subito: lui perché ero un giovane che non poteva dargli ombra; io perché influenzato dalla sua fama e dalla cordialità che mi dimostrava». Alloggiano insieme nella villetta sfitta di un professore italiano. Malaparte, in Kaputt, lo definisce «un bravo ragazzo, uno stupido fascista», così bello che «le donne andavano matte per lui». Cambierà idea e ne farà quasi un eroe quando lo vedrà affrontare il capo della polizia gridandogli in faccia: «Lei è un assassino di ebrei». Pellegrini, lo «stupido fascista», ricorda lo scatto di rabbia che avrebbe potuto costargli caro, «ma era un impulso irrefrenabile», il poliziotto che chissà perché non reagisce e il collega che lo prende da parte e gli chiede se sia impazzito. Sostiene di avere nascosto in casa qualche ebreo, ma di avere visto poco o niente del pogrom scatenato dalle autorità rumene tra il 28 e il 29 giugno, anche se definisce quella notte la peggiore della sua vita.