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D-Day: miti, leggende e brutalità della battaglia che salvò l'Europa di Fabio Fattore

Pubblicato su: Il Messaggero.it
Data: 02/08/2010

ROMA - Lo sbarco in Normandia: uno di quegli eventi che cambiano il corso della storia e sul quale, proprio per questo, sembra sia già stato detto tutto. Non è così: primo, perché la sua stessa popolarità ha fatto fiorire leggende ed errori; secondo, perché la storiografia è una scienza che cambia e affrontare oggi, con nuovi strumenti, questa pagina della Seconda guerra mondiale, può portare a risultati sorprendenti. Specie quando a cimentarcisi è uno storico come Antony Beevor, allievo di John Keegan e sostenitore della tesi che non basta fare storia guardando i fatti dal basso (una tendenza diffusa a partire dagli anni Ottanta, che ha attinto da fonti come diari, lettere, interviste mettendo a fuoco l’umanità di chi ha vissuto il dramma in prima linea) ma bisogna saperli guardare anche dall’alto: studiare le mosse dei comandi e non perdere mai di vista il contesto. Beevor sa dosare bene le due angolazioni e il risultato, ancora una volta, è una ricostruzione rigorosa, chiara ma capace di appassionare il lettore come un romanzo - qualità piuttosto rare tra gli storici italiani, portati a scrivere per se stessi o per gli “addetti ai lavori”, ma tipiche della grande tradizione anglosassone.
Tutto questo in D-Day. La battaglia che salvò l’Europa (Rizzoli, edizione italiana a cura di Maurizio Pagliano, pag. 634, euro 24.50). Ci sono i miti su Omaha e quelli del complotto tedesco contro Hitler, gli sbagli di Montgomery e la confusione tra gli alleati. Ci sono inglesi, americani e tedeschi uniti in un massacro senza precedenti: lo storico britannico, che ha studiato a fondo la campagna di Russia, spazza via un altro luogo comune e, numeri alla mano, nota come «le perdite tedesche sul fronte orientale erano in media di poco meno di 1000 uomini al mese per divisione; in Normandia questa cifra sale a 2300 uomini. Il calcolo di un dato confrontabile per quanto riguarda l’Armata Rossa è molto più complicato, ma la cifra sembrerebbe attestarsi ben al di sotto di 1500 uomini al mese per divisione; le perdite alleate in Normandia, d’altro canto, erano vicine a una media di 2000 uomini al mese per divisione».
La brutalità di questa campagna, di cui Beevor analizza le cause e racconta gli effetti, si desume anche dallo scarso numero di prigionieri e dalla facilità con cui, da una parte e dall’altra, si violavano le più elementari regole: addirittura di più rispetto all’altro fronte dove, invece, non si scontravano solo due eserciti ma due ideologie, nazismo e comunismo.
Nella storia del D-Day c’è il giusto spazio anche per la popolazione civile: ed ecco che, spazzate via altre leggende, le sorprese non mancano. Le perdite tra la popolazione francese, presa tra due fuochi, furono altissime. A Caen, ad esempio, il bombardamento alleato uccise 800 civili e ne ferì migliaia: mentre secondo alcune fonti, «in città non c’erano mai stati più di 300 tedeschi» e «se l’intenzione era quella di mettere fuori uso le vie di comunicazione e i trasporti, i reparti aerei non colpirono un solo ponte».
I rapporti tra liberatori e liberati, almeno nei primi giorni, spesso erano fondati sul reciproco sospetto. Ma con i tedeschi le cose non andavano meglio: «L’avventata sollevazione della Resistenza in molte parti della Francia, ispirata dai messaggi radiofonici degli Alleati e di De Gaulle», scatenò la violenta reazione delle SS. Forse i massacri di civili non raggiunsero certe punte come in Italia, dove il fronte paralizzato fino praticamente al termine della guerra prolungò il calvario nelle retrovie, ma furono pesanti: tra i tanti, quelli commessi dalla “Das Reich” in viaggio verso la Normandia, a Tulle il 9 giugno ‘44 (99 civili impiccati e 200 deportati, come risposta al gesto dei partigiani dell’Ftp che due giorni prima, sempre in quella città, avevano inflitto 122 perdite ai tedeschi, «fucilando numerosi prigionieri e mutilando alcuni dei 40 cadaveri») e il 10 la strage di Oradour-sur-Glane, vicino a Limoges: 642 morti, i maschi furono fucilati mentre le donne e i bambini furono rinchiusi in chiesa e bruciati vivi, un copione simile a quello che sarebbe stato replicato mesi dopo a Marzabotto.
Il D-Day, la battaglia che, come recita giustamente il sottotitolo del libro, «salvò l’Europa», fu costruita sul sangue di tutte queste migliaia e migliaia di persone. Soldati e non.