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I corrispondenti di guerra e l'impresa di Libia di Fabio Fattore

Pubblicato su: Il Messaggero.it
Data: 16/11/2010

ROMA - L’ultimo numero della rivista “Nuova Storia Contemporanea” diretta da Francesco Perfetti (n. 5, settembre-ottobre 2010) ospita un saggio di Fabio Fattore, giornalista del Messaggero e autore di pubblicazioni di storia del giornalismo. S’intitola “I corrispondenti di guerra e l’impresa di Libia” e affronta, anche con materiale inedito, il tema sempre attuale del controllo dell’informazione bellica da parte delle autorità militari: un controllo che muove i primi passi proprio della guerra italo-turca del 1911-’12. Ne pubblichiamo uno stralcio.
di Fabio Fattore Come controllare e manipolare l’informazione in guerra partendo dal primo anello della catena: le corrispondenze dal fronte. E’ un problema che richiede soluzioni moderne, quello che si pone in Italia con la campagna di Libia del 1911-‘12 sull’onda dello sviluppo che mass media e opinione pubblica conoscono proprio in quegli anni. Le autorità militari e politiche non sono preparate: le prime sono ferme all’articolo inserito nel regolamento nel 1896 dopo il disastro di Adua in base al quale «nessun corrispondente di giornale o di agenzia telegrafica, sotto verun pretesto, può essere autorizzato a seguire l’esercito»; le seconde hanno abolito la censura preventiva dei giornali con la legge Sacchi del 28 giugno 1906 ma non hanno pensato a strumenti alternativi da usare in caso di guerra.
La Libia, dove debuttano o si testano aerei, dirigibili, autoblindo, camion e addirittura “combat film”, è un banco di prova anche per la stampa. Giornali, agenzie e case cinematografiche di tutto il mondo mandano a Tripoli i loro inviati - ne saranno accreditati in totale 130, di cui 46 stranieri - e il Comando del Corpo di spedizione è costretto a inventare su due piedi un ufficio stampa e censura. «E’ per noi l’unico esempio del genere», scriverà con orgoglio il suo capo, il capitano Mario Tiberio Caracciolo, in un articolo pubblicato su Nuova Antologia nel 1914, e «da quell’esempio si potranno trarre utili ammaestramenti per l’avvenire».
Al di là dei risultati, in effetti, l’ufficio segna l’inizio di un cammino che seguirà sempre la stessa direzione: lo prova la sostanziale continuità dei metodi di controllo nelle guerre combattute prima e durante il fascismo. Anche se, com’è naturale, il fascismo tenderà a rimuovere questa eredità e per l’ufficio allestito ad Asmara nella successiva avventura coloniale, quella d’Etiopia del 1935-’36, c’è chi parlerà di una “genialissima organizzazione” che non ha precedenti nella storia del giornalismo.
Sul funzionamento dell’ufficio di Tripoli, oltre al saggio su Nuova Antologia e le citazioni in articoli e memorie di giornalisti, c’è il materiale conservato nell’Archivio storico dello Stato maggiore dell’Esercito: in particolare la relazione riservata per il Comando del corpo di occupazione della Libia scritta da Caracciolo il 15 agosto 1912, esattamente un anno prima che l’ufficio fosse soppresso, in quanto «non esistendo per esso norme e disposizioni regolamentari, l’esperienza può essere di vantaggio per l’avvenire».
Ci sono poi tre relazioni mensili per il ministero dell’Interno chieste dal 22 agosto 1912 e i comunicati giornalieri a partire dal 17 ottobre 1911. Questi ultimi, che Caracciolo raccoglie nel dicembre del ’12 senza modifiche perché «rappresentano gli avvenimenti così come erano conosciuti sul momento, talvolta imperfettamente, talvolta anche erroneamente», rendono bene la distanza tra quanto accade e come lo si racconta ai giornalisti. Caracciolo, napoletano, ha 31 anni ed è ufficiale di Stato maggiore. Gli affidano l’incarico, come ammetterà nella sua autobiografia, perché «nessuno degli ufficiali del Comando aveva mai avuto contatti con stampa e stampatori» mentre lui, almeno, può vantare alcune poesie e novelle pubblicate dalla Gazzetta della Domenica e dalla Rivista di Roma e una rubrica militare su Minerva.
Nella relazione sosterrà di essere stato facilitato nel suo compito dalla conoscenza dell’ambiente e di molti giornalisti. Assorbito dal nuovo ufficio, trova il tempo per guadagnarsi una medaglia d’argento a Sciara Sciat il 23 ottobre 1911; la seconda il 25 maggio 1917 nella decima battaglia dell’Isonzo, sul monte Vodice, dove sarà ferito. Nella Seconda guerra mondiale comanderà la 5ª Armata, per pochi mesi in Africa settentrionale poi in Italia e, dopo l’armistizio, per fedeltà al re, tenterà di resistere ai tedeschi ed entrerà anche in clandestinità: arrestato e condannato alla fucilazione, commutata in 15 anni di carcere, sarà liberato il 25 aprile del ’45. A Tripoli resta quasi due anni e non dirige sempre l’ufficio stampa che di fatto, però, è una creazione sua. E’ Caracciolo che lo allestisce e lo organizza, seguendo un criterio moderno: «Posto che la stampa esiste ed è una forza innegabile, guidiamo questa forza invece di avversarla, in modo da non esserne danneggiati, anzi se sarà possibile di trarne vantaggio. In altri termini, la stampa doveva essere non già la nemica tollerata, come nella guerra giapponese, ma quasi la coadiutrice del Comando; l’ufficio stampa non soltanto un ente creato per soddisfare la curiosità più o meno giusta del pubblico, ma un organo diretto del Comando, di cui quest’ultimo dovesse giudiziosamente servirsi, per dare le informazioni, per illuminare l’opinione pubblica, fornirle la giusta versione dei fatti, e guidarla - nei limiti del possibile - nei suoi apprezzamenti».