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La Grande guerra vista da Caproni attraverso i suoi bombardieri strategici di Fabio Fattore

Pubblicato su: Il Messaggero.it
Data: 16/11/2010

ROMA - Li vollero i francesi, gli inglesi, gli americani. Erano l’arma nuova, capace di segnare il corso delle guerre future fino ai giorni nostri: con i bombardieri strategici inventati nel 1913 da Gianni Caproni, come ricordano i figli Giovanni, Maria Fede e Umberto Caproni di Taliedo, «per la prima volta al mondo ebbe possibilità di cominciare ad affermarsi la teoria dell’italiano Giulio Douhet che vedeva nell’aeroplano il mezzo dominante nella guerra che puntava ancora sui mezzi di superficie ma stava sviluppando le possibilità determinanti di un’azione dall’aria per distruggere le capacità industriali e il potenziale bellico avversario».
Certo, siamo ancora nella Grande guerra e il primo bombardiere strategico «deve tenere conto dei parametri dell’epoca dal punto di vista tecnologico e dottrinario», come premette Maurizio Pagliano (nipote, tra l’altro, di uno di quei primi piloti, quattro medaglie d’argento e una di bronzo e alla cui memoria è intitolato l’aeroporto di Aviano).
Ma è comunque l’inizio di una storia: una storia ancora tutta italiana e che porterà poi maledettamente lontano, fino alle città ridotte in macerie, le vittime innocenti e il mito delle “bombe intelligenti”. La casa editrice Vaccari pubblica oggi (arricchendolo, aggiornandolo e aggiungendoci una traduzione in inglese) un libro di Giorgio Apostolo e Rosario Abate (quest’ultimo scomparso nel 2004) uscito per la prima volta nel 1970: “Caproni nella Prima guerra mondiale” (p. 300, 175 illustrazioni, 45 euro).
E’ uno studio serio e rigoroso che ripercorre sotto tutti i punti di vista (storici, tecnici, industriali) l’avventura di Gianni Caproni, un ingegnere nato ad Arco, in Trentino e perciò suddito dell’impero austro-ungarico, che scelse di mettere il suo ingegno al servizio dell’Italia. Per i primi bombardamenti aerei nella storia (italiani anche questi, nella guerra italo-turca del 1911-’12) e per i successivi nei conflitti balcanici del 1912-’13, «erano stati utilizzati aerei leggeri inadatti alla nuova strategia militare». La svolta arriva appunto con Caproni, che già dal 1910 aveva costruito una serie di monoplani e biplani e che nel ’13 mette a punto il grande bombardiere. Le autorità militari italiane sono scettiche, i suoi disegni girano per mesi da un ufficio all’altro, mentre quelle austriache tentano in tutti i modi - e sempre invano - di assicurarsene la collaborazione. Anche in Italia, però, l’ingegnere trova sostenitori: come il colonnello Giulio Douhet, allora comandante del Battaglione Aviatori, che fa di tutto per favorire la costruzione del nuovo trimotore, in cui «vedeva il mezzo idoneo a tradurre in realtà le proprie concezioni sul potere aereo quale elemento decisivo, o almeno preponderante, nella guerra moderna».
Il primo esemplare vede la luce nella seconda metà del 1914, in ottobre supera il collaudo e nel gennaio del 1915 il governo francese manda subito un suo inviato per studiarlo: il risultato sarà la produzione di serie in Francia su licenza di fabbricazione. Con i Caproni, le potenze dell’Intesa riescono ad avere la superiorità tecnica del bombardamento tanto che alla fine della guerra, in una lettera del 1919, il comandante in capo delle American Expeditionary Forces in Europa, generale John Joseph Pershing, vorrà ringraziare Caproni «per tutto quanto lei ha fatto per l’aviazione degli Alleati durante la guerra. Il suo nome è naturalmente noto a tutti noi come quello di un inventore geniale, ma sarà particolarmente ricordato da tutti coloro che l’hanno avvicinata per la cordiale e comprensiva amicizia che lei ha sempre dimostrato nei confronti degli Stati Uniti. I suoi instancabili sforzi e il suo costante interessamento sono stati di grandissimo aiuto nello sviluppo delle nostre Forze aeree». E le Forze aeree americane ne avrebbero fatta parecchia, di strada, partendo anche da quell’invenzione made in Italy.