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L'intervista “rubata” a Donna Rachele: «Perché quel che sa appartiene a tutti» di Fabio Fattore

Pubblicato su: Il Messaggero.it
Data: 26/01/2011

ROMA - Quando riuscì a “rubare” quell’intervista a Donna Rachele, nel febbraio del ’46, fece molto più di uno scoop. Fu una testimonianza storica di cui tenne conto, ad esempio, Renzo De Felice nella sua monografia su Mussolini. Ma fu soprattutto un’esigenza morale, il tentativo drammatico e appassionato di trovare risposte mentre fumavano ancora le macerie della Seconda guerra mondiale. «Non siamo noi oggi – si chiedeva l’intervistatore – tutti quanti così mal ridotti, ancora ansiosi di sapere chi fu veramente l’uomo che per vent’anni, per amore o per forza, abbiamo obbedito, e che ci ha trascinati in questa miseria? Fino a che punto fu un folle? Fino a che punto fu un debole di fronte a una fatalità più grande di lui e di noi, di tutti? Fino a che punto fu colpevole? Questo vogliamo sapere; questo io voglio sapere».
Quel giornalista si chiamava Bruno D’Agostini: fu forse il migliore corrispondente di guerra del “Messaggero”, dove entrò alla fine degli anni ’30 e da cui uscì dopo la caduta del fascismo. Scrisse anche molti libri: il più bello è “Colloqui con Rachele Mussolini”. Oggi Gianni Bellinetti, uno studioso del suo paese – D’Agostini era nato nel 1911 a San Giorgio di Nogaro in Friuli – ha pubblicato la copia anastatica del libro dimenticato (Intervista a Donna Rachele, Editreg, 160 pagine, 15 euro) facendola precedere da una ricca introduzione sulla sua vita e i retroscena dei colloqui.
Chi scrive aveva già riscoperto, in un libro pubblicato da Mursia nel 2006, la figura di questo inviato i cui articoli, a dispetto della censura e del contesto in cui furono scritti, conservano una freschezza straordinaria. Per il “Messaggero” D’Agostini seguì soprattutto la campagna d’Africa settentrionale, dalla prima offensiva di Graziani alla tragedia di El Alamein. Fu anche tra i pochissimi giornalisti che riuscì a raggiungere l’oasi di Giarabub, prima che restasse isolata e cominciasse quella disperata resistenza che sarebbe stata subito sfruttata dalla propaganda del regime: la canzone del “colonnello, non voglio pane”, ad esempio, ma anche la pubblicistica a cui penne come quella di D’Agostini diedero il loro contributo. Molte delle sue corrispondenze africane, però, sapevano toccare corde insolite, ai limiti del vietato: restituendo della guerra, tra le righe, un’immagine più dimessa, di tristezza e assurdità.
Il suo capolavoro sono i “Colloqui”. La vedova del duce, insieme ai figli, era stata relegata dagli alleati a Forio d’Ischia in una sorta di confino. D’Agostini la raggiunse, fece di tutto per convincerla - sarebbe stata la sua prima intervista, a botta calda, dopo la guerra - ma non ci riuscì. Intuì però che quella donna aveva bisogno di sfogarsi e tornò da lei tutti i giorni, facendola chiacchierare, provocandola, ascoltandone le reazioni. Ogni sera, poi, quando tornava in albergo, trascriveva quello che la sua memoria di giornalista aveva registrato.
Un’intervista rubata? Forse. Ma D’Agostini non se ne fece un problema e se ne assunse con forza la responsabilità: «Anch’io fui mandato a far le guerre, anch’io ho i miei morti, in Russia e in Africa… Un giorno, d’improvviso, mentre sto in giro a fare il mio mestiere, a guadagnarmi il mio pezzo di pane, una donna triste che per quarant’anni è stata accanto a quell’uomo, dal principio alla fine della sua avventura, mi parla di lui, mi dice chi era. Lei non vuole fastidi. Ma quel che lei sa, e che io so, non appartiene né a me, né a lei, ma a tutti; è una parte della nostra vita, del nostro dolore. Se lei, laggiù nella sua isola, guardando il mare ripensa al Garda, e piange, noi siamo qui in mezzo alle nostre case in frantumi e a cimiteri sterminati, anche noi col pianto in gola».
Tutte ragioni valide per violare la “privacy” di quella donna. E l’intervista, rubata ma onesta, dopo 64 anni riesce ancora a scuotere chi la legge.