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Così la violenza colpì l'alto Lazio di Fabio Fattore

Pubblicato su: Il Messaggero
Data: 04/03/2012

Ci sono immagini, come quella di Sophia Loren in lacrime ne La ciociara, diretto nel 1960 da Vittorio De Sica, che toccano le coscienze come mille storici non potrebbero mai fare. Ma ci sono anche tante pagine che gli storici, condizionati da tabù e pregiudizi, hanno lasciato in bianco: è il caso dei crimini commessi dagli alleati in Italia durante la Seconda guerra mondiale. Alla fine, se qualcosa è rimasto ed è stato universalmente accettato (vedi i riconoscimenti di Hollywood e Cannes) lo si deve ad artisti come De Sica e Moravia (suo il racconto La ciociara) e non agli studiosi che solo di recente hanno cominciato a scrivere quelle pagine - chi con onestà e chi no - a riprova che il terreno è tutt’altro che sminato
Fabrizio Carloni, che per la Mursia ha ricostruito bene le vicende del Corpo di spedizione francese, nell'ultimo numero di Nuova storia contemporanea (il bimestrale diretto da Francesco Perfetti che proprio con il numero di gennaio-febbraio in edicola domani festeggia 15 anni) getta ora una luce sulle violenze commesse dai nordafricani anche tra alto Lazio e Toscana. Perché le violenze, ormai ben documentate per il Frusinate, in realtà cominciano con il loro sbarco in Sicilia nel luglio ’43 e terminano un anno dopo alle porte di Firenze. La stessa relazione del ministero degli Esteri dell’ottobre ’44 sulle «Atrocità commesse dalle truppe di colore francesi in Italia» non fa cenno ai fatti di Valentano, Farnese e Pitigliano, che Carloni fa riemergere, anche con testimonianze dirette.
Il comando alleato aveva tenuto lontani da Roma, per la loro pessima fama e le raccomandazioni del Vaticano, i nordafricani del generale Alphonse Juin, ma li aveva schierati subito dopo nel Viterbese. Così erano ricominciati razzie, stupri e omicidi. I primi casi avvennero attorno al lago di Bolsena: a Montefiascone il 20 giugno una donna fu uccisa dai marocchini mentre tentava di proteggere la figlia, tre giorni dopo la stessa sorte toccò a un’altra donna insieme con il figlio di appena 5 anni.
Carloni intervista Vera Franci Riggio, che all’epoca aveva 10 anni ed era sfollata nelle campagne di Pitigliano. Tre algerini irrompono in casa, fanno uscire gli uomini e stuprano le donne, tra cui sua madre: Vera, che le si era attaccata alla gonna e gridava di non farle del male, è stata trascinata via di peso, e per tenerla lontana le hanno puntato una pistola alla gola. Tirando le conclusioni, Carloni s’interroga giustamente sulla mancanza di controllo da parte degli ufficiali francesi e sul silenzio degli alleati. Più in generale, poi, nota come gli storici abbiano scandagliato le relazioni tra truppe tedesche e popolazione italiana mentre per i comportamenti degli alleati «manca materiale, soprattutto bibliografico, proporzionato a quello che è stato prodotto per il fronte opposto».
La risposta, verrebbe però da obiettare, sta anche nella sproporzione tra i loro crimini: un conto è scrivere le pagine lasciate bianche per decenni, un conto sarebbe mettere sullo stesso piano gli eserciti delle democrazie occidentali (senza per questo tacere gli abusi e le fucilazioni di prigionieri italiani commessi dagli americani in Sicilia e le bestialità dei coloniali francesi) e quello della Germania nazista, responsabile di milioni di vittime civili con la degna collaborazione di giapponesi e italiani.