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Ecco le barzellette che costavano il confino di Fabio Fattore

Pubblicato su: Il Messaggero
Data: 27/05/2012

Il Duce al dentista: «Queste sono le mille lire, ma guardi che sono rubate». E il dentista: «Non ne dubito». La barzelletta è di un barbiere di Milano, anche se gira da un pezzo e continuerà, cambiando il protagonista, nella prima e seconda Repubblica. Per sua sfortuna, però, siamo ancora nel 1935: un cliente gli fa la spiata e il prefetto lo propone per il confino perché «è necessario stroncare questa perniciosa forma di propaganda antifascista».
Non solo barzellette ma anche minacce, insulti e sfregi contro l’immagine del Duce: i rapporti prefettizi tra il 1930 e il ’43 raccolti da Alberto Vacca in Duce truce (Castelvecchi, 315 pagine, 18 euro) raccontano un’Italia che si sfoga così. A dispetto dei 5000 denunciati per offesa all’onore del capo del Governo, di cui 1700 mandati al confino e 300 in carcere.
Nonostante la comicità involontaria dei 500 rapporti, è uno studio serio e organico su come si manifestasse il dissenso all’italiana e come il regime sapesse contenerlo attraverso una rete di delatori dilettanti e professionisti e un apparato poliziesco all’altezza del compito. Dai rapporti, poi, ordinati per argomento (frasi offensive, fantasie omicide, maledizioni e imprecazioni, insulti all’immagine, barzellette e battute, sfregi all’effigie) ma anche cronologicamente, si capisce come il malcontento si mantenesse a livelli fisiologici negli anni ’30 ed esplodesse durante la guerra: anche se non sarebbe stato questo a far crollare il regime ma, come spesso succede, una buona spallata dall’esterno.
Non meno interessanti le riflessioni sociologiche e psicologiche che i verbali possono indurre. I comportamenti della gente, dittatura o non dittatura, sono sempre quelli: da chi disegna baffi e corna sull’intoccabile testone a chi non sa resistere al piacere di riciclare barzellette. «Sulla tomba della madre del Duce hanno messo quattro soldati di guardia. Lo sai perché? Per evitare che risorga e faccia un altro Duce» scherza una ragazzina di 15 anni davanti a un’osteria, nella Roma del ’42, con la mamma che prima la invita a parlare sottovoce e poi ne aggiunge di sue: proposto il confino per l’adulta e la casa di correzione per la minorenne. «Sapete perché hanno arrestato Donna Rachele? Non ha denunciato il porco che teneva in casa» racconta un parrucchiere di Terni che ne sforna anche di «disfattiste» del genere «sapete perché sono sorti gli orti di guerra? Perché la guerra si vince col cavolo»: è il gennaio del ‘43 e la gente, ormai, non ne può più.