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La "legione straniera" di Mussolini: Stefano Fabei ricostruisce la storia di Fabio Fattore

Pubblicato su: Il Messaggero.it
Data: 23/08/2008

C’erano indiani e arabi che sognavano l’indipendenza, cosacchi, croati e sloveni che lottavano contro il comunismo. C’erano serbi ortodossi, che dovevano difendersi dai croati cattolici, e poi ancora dalmati e maltesi che volevano scrivere un’altra pagina del Risorgimento italiano. Erano, come dice il titolo del libro in cui Stefano Fabei ha ricostruito la loro storia, “La legione straniera di Mussolini”. «Durante la Seconda guerra mondiale - scrive l’autore, un insegnante umbro che sempre per la Mursia ha pubblicato studi sulle relazioni tra fascismo e Islam, sui cetnici e gli irrendentisti maltesi - anche l’Italia ebbe una sua “legione straniera”, ma il suo impiego fu una delle tante occasioni mancate sia sul piano militare che su quello politico».
In effetti, mentre per la Germania l’arruolamento di stranieri nelle forze armate fu più organizzato e consistente (chi non ricorda, ad esempio, le famigerate “Ss italiane”?), per l’Italia si trattò di tentativi spesso solo abbozzati o miseramente abortiti. Come il caso dei prigionieri indiani arruolati nel battaglione Azad Hindostan: poche centinaia che però nel novembre del ’42, per paura di essere mandati a combattere in Africa settentrionale o temendo che la Gran Bretagna stesse per vincere la guerra, si ammutinarono; il battaglione fu sciolto e gli indiani rispediti nei campi di prigionia. In altri scenari, invece, come nei Balcani, i volontari stranieri fecero la loro parte nelle operazioni di controguerriglia: ma è anche vero che qui l’Italia, con la sua politica ambigua e contorta, era solo l’ultima arrivata in un groviglio di lotte etniche destinate a durare. Merito di Fabei l’avere ricostruito, con metodo e passione, pagine dimenticate della nostra storia.
Una curiosità: ci fu anche un centinaio di marinai tedeschi, bloccati nell’Africa Orientale Italiana allo scoppio della guerra, che formarono la Deutsche Motorisierte Kompanie. Fu per loro un’esperienza pessima, nelle lettere controllate dalla censura non fecero che dire male di tutto, dal «sistema seccante e noioso» degli italiani agli ospedali e perfino al vitto: «Non possiamo abituarci a questi maledetti maccheroni e spaghetti».