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Il "Grande diario" dai lager nazisti di Guareschi Pagine di dolore e ironia scritte nella prigionia di Fabio Fattore

Pubblicato su: Il Messaggero.it
Data: 24/08/2008

Don Camillo doveva ancora nascere. Ma il suo autore ne portava già la croce sulle spalle. Per due anni interminabili, dall’armistizio dell’8 settembre 1943, il tenente Giovannino Guareschi scrisse dai lager nazisti pagine di dolore e ironia, disperazione e volontà di resistere a ogni costo. Nell’anniversario della sua nascita, il ”Grande diario” (Rizzoli, introduzione di Giampaolo Pansa) vede la luce per la prima volta grazie alle ricerche dei figli Alberto e Carlotta e completa il ”Diario clandestino” pubblicato nel ’46. Guareschi è uno dei 600 mila Imi, Internati militari italiani: non ricosciuti come prigionieri di guerra, dimenticati da tutti compresa spesso la Croce rossa, sottoposti a pressioni per aderire alla Repubblica sociale.
Nemmeno lui, però, considera se stesso un prigioniero, ma un combattente senz’armi: «La battaglia è dura perchè il pensiero dei miei lontani e indifesi, la fame, il freddo, la tubercolosi, la sporcizia, le pulci, i pidocchi, i disagi non sono meno micidiali delle palle di schioppo. Ognuno muore come può per la sua idea. Fra tante fesserie, Mussolini ha detto una cosa sacrosanta: ”Si serve la patria anche facendo la guardia a un bidone di benzina”. Io la servo facendo la guardia alla mia dignità di italiano e se per far questo muoio di polmonite, o di fame o di tifo petecchiale, non sono meno morto di colui che muore per un colpo di 381. E’ una cosa che fa meno baccano, ecco tutto». La dignità e l’espiazione: già sul treno che lo porta in Germania, tra lo scherno e l’indifferenza, Guareschi sente di meritare il Purgatorio. «Debbo purificarmi delle colpe di tutta la mia classe. Io ho colpa di appartenere alla classe dirigente». Senza rinunciare all’ironia, però: sullo stesso treno, ad esempio, trova il tenente Roberto Rebora, preoccupato per un mal di denti. «Anche per un poeta ermetico dev’essere triste andare verso l’ignoto con un molare cariato».
Durante la prigionia Guareschi riempie tre taccuini: al suo ritorno ci ricava un bel diario, che fa battere a macchina e butta poi nella stufa: «Credo che questa sia stata la cosa migliore che io ho fatto nella mia carriera di scrittore». Utilizza solo una parte per ricavarci il ”Diario clandestino”. In realtà un centinaio di fogli si salvano e finiscono in solaio, come pure altri di cui Giovannino, per risparmiare la carta, usa il retro per scriverci i suoi romanzi. A distanza di 60 anni, hanno pensato i figli, quella volontà di cancellare tutto non ha più senso. Ed è nata così la pubblicazione. La prima parte forse scorre più lenta, tra considerazioni dell’autore sull’armistizio, testimonianze raccolte da compagni di prigionia, documenti sugli Imi. Ma la seconda, il diario vero e proprio, va giù d’un fiato. Spesso sono solo simboli, come la sfilza di effe che sta per ”fame” e cresce o si accorcia a seconda dei giorni. Spesso sono pensieri spezzati, ma chiari: la memoria struggente dei suoi bambini, l’amarezza verso chi non può capire il suo dramma, la rabbia contro i tedeschi prima, gli alleati poi e gli italiani sempre (gli italiani furbi, pronti a dire sempre sì e a cambiare bandiera di continuo). E l’ironia che nelle ultime settimane, le più dure, sembra spegnersi a poco a poco nelle pagine del diario, dopo averlo illuminato con frasi del genere: «Ho letto le poesie del concorso letterario. Il male peggiore della prigionia è che induce gli uomini a fare poesie».