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Il vento del deserto, memorie di un ex combattente a 66 anni dalla battaglia di El Alamein di Fabio Fattore

Pubblicato su: Il Messaggero.it
Data: 08/10/2008

Ha ancora senso, a 66 anni dalla battaglia di El Alamein, pubblicare le memorie dell’ennesimo ex combattente? Il dubbio, leggendo Il vento del deserto, Africa Settentrionale 1942-1945 (Mursia), diario dell’allora sottotenente Alighiero Bottaro, dura solo per un terzo del libro. Poi, dove meno te l’aspetti, quando cioè finisce la battaglia e comincia la prigionia, la storia spicca il volo. Allora capisci che, anche se hai già divorato le pagine di Paolo Caccia Dominioni, questa testimonianza ti mancava: perché qui, più che la guerra, conta la fuga. Incredibile, pianificata e realizzata in maniera scientifica, che richiama alla mente tanto cinema e letteratura e al tempo stesso se ne distingue. Fuga con il corpo e con lo spirito.
L’autore è morto nel 2006, solo pochi anni prima aveva terminato le memorie. Le ha riesumate Maurizio Pagliano, che con un ottimo lavoro di editing (ad esempio sostituendo il passato remoto con il presente storico e dando alla narrazione un taglio snello e cinematografico) ha restituito ai lettori l’avventura di Bottaro. Nato a Roma nel ’22 e ufficiale d’artiglieria in servizio permanente effettivo, nel dopoguerra si laurea in ingegneria, lavora per le Ferrovie e la Motorizzazione civile, insegna alla Sapienza. Parte volontario non per fede nel fascismo ma semplicemente perché, uscito dall’accademia e assegnato nel marzo del ’42 a un reggimento di stanza ad Albenga, si sorprende a chiedersi: «Ma cosa ci sto a fare io, al mare, fra un aperitivo e un pranzo con una bella ragazza, mentre i miei compagni sono al fronte?». In Africa si ritrova a comandare una batteria della divisione Pavia (quattro cannoni, un centinaio di uomini) perché il suo capitano, il giorno della partenza per El Alamein, si ricorda di avere una brutta ulcera e sparisce. La batteria si attesta a Sud, lungo la linea di 60 chilometri che dal mare si spinge fino alla depressione di Qattara, alle spalle dei parà della Folgore. Il 23 ottobre si scatena l’offensiva britannica: la tragedia dura due settimane, il 7 novembre Bottaro cade prigioniero. E qui si ricomincia. O meglio, bisogna attendere l’armistizio, quando gli viene respinta la domanda per tornare a combattere: i prigionieri che scelgono di collaborare, al massimo possono svolgere mansioni ausiliarie e lui non ha nessuna intenzione di «fare il servo degli inglesi».
Così, vedendo appassire i suoi vent’anni dietro al reticolato del campo 304 in Egitto, matura il desiderio di fuggire. Ma è un sogno che ha gambe solide: non vuole fare la fine dei dieci colleghi della Folgore che evadono, in divisa, dopo avere scavato un tunnel, e vengono catturati nel giro di pochi giorni. Uscire dal campo, capisce Bottaro, è solo una piccola parte del problema: bisogna pensare al dopo, a come farla franca. Si prepara per mesi, non lascia niente al caso: inventa di essere un marinaio norvegese in licenza, si fa falsificare documenti e confezionare abiti civili, organizza un piccolo commercio per procurarsi soldi, cerca contatti tra gli emigrati italiani del Cairo e Alessandria. E’ un piano così perfetto che quando, quasi subito, incappa nella polizia che lo sottopone a estenuanti controlli, riesce a ingannare tutti.
Ad Alessandria vive tra gli arabi, di espedienti, come altri italiani che si sono costruiti una nuova vita: si lascia contagiare da quel clima libero e anarchico, ci prende gusto, pensa di dire addio alle armi e continuare per sempre così. Finché un giorno, nel maggio del ’45, si sveglia: deve cercare di raggiungere l’Italia, i genitori non hanno più sue notizie. S’imbarca su un incrociatore italiano che gli offre un passaggio di nascosto. Da clandestino sarà costretto a vivere anche in patria, paradossalmente, fino al trattato di pace del ’47: perché lui, benché la guerra sia finita e lo Stato maggiore, che lo considera un eroe, sia disposto a coprirlo, è ancora ricercato dagli inglesi.
E’ una testimonianza schietta che lascia il segno, quella di Bottaro: tra sentimenti passati di moda, come l’amor di patria e il senso del dovere, accanto ad altri freschissimi, come una certa idea di libertà, la passione di vivere, la smania di fuggire da qualsiasi gabbia. Sia essa il reticolato di un campo di prigionia nel deserto, sia essa la società, fatta di regole, obblighi e divieti.