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Le voci disperate degli alpini eroi di Fabio Fattore

Pubblicato su: Il Messaggero.it
Data: 05/01/2009

ROMA - Sono passati 66 anni da quel tragico inverno 1942-’43, ma la ritirata di Russia e in particolare l’epopea degli alpini continuano ad interessare: forse, passata ormai l’urgenza di ricostruire e raccontare i fatti, per il loro significato più intimo, senza tempo. Non è un caso il successo che Marco Paolini ha ottenuto portando in scena Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern. L’autore di quella che Elio Vittorini definì una “piccola anabasi dialettale” è morto nel giugno 2008. Il ricordo di Rigoni Stern lega in qualche anche tre libri usciti ora per la Mursia: Ritorno di Nelson Cenci, Policarpo Chierici, comandante alpino a cura di Arnaldo Chierici e Il dovere dei semplici di Mario Bernardi. Il più toccante è senz’altro quello di Cenci, nato a Rimini nel 1919, sottotenente degli alpini nella 55^ compagnia del battaglione “Vestone”: la stessa del sergente maggiore Rigoni Stern. «Mi appare singolare anche una cosa - scrive proprio Rigoni Stern nell’introduzione - che di un unico piccolo reparto, tra le centinaia che vi furono coinvolti, ci troviamo in tre a scrivere delle stesse disgrazie». In effetti il libro di Cenci completa la trilogia formata da Il sergente nella neve di Rigoni Stern e I lunghi fucili del tenente Cristoforo Moscioni Negri (pubblicato nel ’56 da Einaudi, tre anni dopo il Sergente, e ripubblicato nel 2005 dal Mulino). «Al drammatico e polemico racconto del Moscioni Negri e all’anabasi dialettale del sergente - continua l’introduzione - questo di Cenci che si aggiunge, porta una nota nuova, decantata e purificata pur nella sua tragicità, dove i fatti e gli uomini compaiono come aldilà del tempo che è trascorso». Non c’è, qui, la rabbia e la durezza del tenente Moscioni contro gli stessi italiani, gli “imboscati” delle retrovie, quelli che abbandonano le armi, si lasciano morire e lasciano che siano altri (come gli alpini del “Vestone”) ad aprire la strada combattendo per uscire dalla sacca in cui i russi li hanno chiusi. Il sottotenente Cenci, medaglia d’argento, non condanna nessuno: vive il suo dramma, è ferito ad entrambe le gambe nella battaglia di Nikolajewka del 26 gennaio ’43, ma riesce a farcela nonostante tutto. «Ho perso tanti amici e tanti soldati - scrive Cenci - che mi pare impossibile di essere io solo, con pochi altri, ancora vivo. A volte quando chiudo gli occhi mi sembra di vivere in un altro mondo. Ma sono proprio io? Mi chiedo. Sono proprio io in questa steppa, con questo freddo, con i piedi nella neve, senza sapere quanto è distante la mia casa e quanti passi ancora dovrò fare uno dietro l’altro prima di vederla? Quasi non mi ricordo di come sono fatto in viso». Al diario di Cenci si contrappongono le carte del colonnello Policarpo Chierici, bolognese di Sant’Agata, comandante del battaglione “Val Chiese” (stesso reggimento della divisione “Tridentina” di cui fa parte il “Vestone”). Le ha raccolte il figlio Arnaldo, all’epoca sottotenente di artiglieria alpina della “Tridentina”, che combatte a poca distanza dal padre e spesso lo incontra. Sono soprattutto lettere alla moglie, insieme a scritti di Arnaldo e ricostruzioni di battaglie, da Postojali a quella epica di Nikolajewka. Il “vecchio” ha giurato ai suoi uomini di riportarli a casa e ce la mette tutta per farcela, anche assumendosi responsabilità che non gli spetterebbero o trasgredendo ordini. Come quando la ritirata lo porta nella valle di Opyt: migliaia di italiani, tedeschi, ungheresi, automezzi, slitte e muli ammassati in un caos infernale. Ha l’ordine di fermarsi lì, ma lui, che ha fatto la Grande guerra e ha vissuto Caporetto, non ci sta e tira dritto: «Ma sono matti che io vada a mettermi col Battaglione in questa valle di Josafat! Se capitano i russi di noi fanno polpette». L’ultimo libro, Il dovere dei semplici. Voci dalle guerre di Mussolini 1935-1945, è una serie di testimonianze raccolte da Mario Bernardi e dedicate alla memoria di Mario Rigoni Stern, «amico e maestro di una vita». Tra le testimonianze di combattenti, oltre a quelle di quattro alpini della “Julia” nella ritirata di Russia, ce n’è una molto bella di Rigoni Stern sulla sua partecipazione alla campagna di Grecia. Sul senso che possono avere oggi, dopo tanti anni, vale forse la risposta che lo stesso Rigoni Stern si dà nell’introduzione al libro di Cenci: «E invece sì, ha senso, per ragioni pratiche e per ragioni poetiche e per la storia. Necessita parlarne perchè mettendo insieme i racconti e le testimonianze di tanti si ha una visione vasta, globale quasi... una voce del coro di quei sessantamila alpini che un’estate partirono cantando con disperazione e che la primavera successiva ritornarono più che decimati e con il dovere morale di far sapere perché era rimasti così in pochi. Insomma in questo racconto si ripropone il viaggio di ritorno dalla guerra, dal sacrificio e dalla morte. Ma non ancora dall’oblio».