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Il Novecento secondo Del Boca di Fabio Fattore

Pubblicato su: Il Messaggero.it
Data: 16/01/2009

ROMA - Si definisce un testimone scomodo. Per dargliene atto basterebbe pensare a come, in oltre 40 anni di appassionata ricerca storica, abbia demolito scientificamente il mito degli “italiani brava gente”. Ma Angelo Del Boca è molto di più. Nel suo ultimo libro, Il mio Novecento (Neri Pozza Editore) racconta se stesso e il secolo che ha attraversato come partigiano e poi scrittore, giornalista e storico del colonialismo italiano: senza reticenze, con onestà. Del Boca ha raccolto racconti, articoli e pagine dei suoi diari, cucendoli con pagine autobiografiche. Sorprende e commuove. Si scopre ad esempio che quello che ha rivelato per primo i crimini commessi dagli italiani in Africa, dal genocidio in Cirenaica ai gas asfissianti in Abissinia, ha dedicato a suo padre «più pagine che all’imperatore d’Etiopia Hailè Selassiè e al colonnello libico Muammar Gheddafi quando, negli anni Novanta, scrissi le loro biografie». Ci sono la saga familiare, il suo Piemonte, la moglie conosciuta durante la Resistenza («ho sposato un giunco», scriveva rammaricandosi della gravidanza che gliela rendeva quasi estranea), l’esordio nella narrativa, l’amicizia con Vittorini e Pavese («lo aspettavo a casa mia, nel piacentino, quella domenica d’agosto in cui si tolse la vita»). C’è l’impegno politico, la scelta della “casa socialista” e il suo abbandono, dopo 35 anni di militanza, a causa di Bettino Craxi. C’è soprattutto un altro impegno, quello giornalistico: nel ’50 entra nella “Gazzetta del Popolo” di Torino come inviato, nel ’54 esordisce come africanista percorrendo in lungo e in largo il continente negli anni caldi della guerra d’Algeria e della decolonizzazione, anni di grandi speranze seguite da altrettante frustrazioni. Dirige per un certo periodo anche la cronaca cittadina e gli stralci del suo diario del ’58 riportano con disincanto alla Torino del boom, la Fiat e i treni della speranza con i loro carichi di immigrati. Dalla narrativa al giornalismo e dal giornalismo alla ricerca storica, ma sempre con la stessa logica: quella del testimone. «I cinque libri di narrativa che ho pubblicato fra il 1947 e il 1963 sono tutti ancorati a mie esperienze personali, in gran parte di guerra. In essi si cercherebbe invano gli ingredienti del romanzo, poiché sono innanzi tutto testimonianze. Cosicché quando mi accorsi che avevo dato fondo ai miei ricordi, cioè alle vicende sulle quali potevo fornire una sicura testimonianza, mi venne a mancare ogni stimolo a continuare perché, pur non difettando di fantasia, mi ripugnava l’invenzione». Testimone onesto lo è stato come giornalista prima e come storico poi: «A favorire la mia svolta dalla narrativa alla ricerca storica è stata senza alcun dubbio anche la lunga esperienza nei giornali... Come inviato, a differenza di molti colleghi italiani che indulgevano al colore e all’aneddotica, io mi ispiravo alla prosa asciutta e ricca di informazioni degli inviati di “Le Monde”». Un giornalista che perde tempo a documentarsi: un animale raro. E ancora più raro, nel panorama della storiografia italiana dominato da accademici che scrivono per pochi eletti e divulgatori (spesso giornalisti) poco seri e originali, un autore come Angelo Del Boca: che dà alla storia un taglio avvincente e appassionato (la scuola è quella dei grandi narratori, la mano è dei giornalisti di razza) senza mai rinunciare al rigore. Anche se il rigore costa fatica, e tanta: ma come confessa nell’ultimo capitolo, dove in una sorta di testamento racconta la sua vita quotidiana a 83 anni, «lavorare non stanca».