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Recensioni

Dai nostri inviati a Giarabub

Giarabub, Africa settentrionale, autunno 1940. Cinque inviati di guerra raggiungono l’oasi, tra un assedio e l’altro, e raccontano le imprese del comandante Salvatore Castagna e dei suoi uomini. Alcuni di questi giornalisti hanno già preso parte alla guerra d’Etiopia, alla guerra di Spagna e continueranno poi a seguire la Seconda guerra mondiale su altri fronti. Le loro strade s’incrociano a Giarabub...

Come si fabbrica il mito di Giarabub di Marco Innocenti

Pubblicata: Il Sole 24 Ore
Data: 02/04/2006

«Di questa terra, a poco a poco, ci si innamora… Ci si innamora del suo silenzio, della sua immensa desolazione… Si dimentica tutto. Una sola cosa è presente: la guerra…». E’ la testimonianza di un giornalista italiano, uno dei cinque che nell’autunno del 1940 raggiungono Giarabub, piccolo presidio nel deserto libico che resiste agli inglesi, un’oasi fortificata al confine con l’Egitto. I cinque sono Pier Maria Bianchin, Ferdinando Chiarelli, Bruno D’Agostini, Stanis Ruinas e Antonio Piccone Stella. Vanno per guerre, hanno “fatto” l’Abissinia e la Spagna. Ora sono a Giarabub e ne raccontano la storia, alimentandone il mito. Da loro nascono eccellenti pagine di giornalismo: quei racconti di guerra che sono una via di fuga per un’informazione ingabbiata da una duplice censura, militare e politica. Trasmettono le emozioni provate sul campo, le lezioni di vita apprese in un mondo estremo, il sacrificio e il dolore altrui, la disperazione dell’isolamento, la realtà di un microcosmo avventuroso in cui la fame è prassi e la morte di casa.
Crollato il fronte italiano in Cirenaica, Giarabub cade il 21 marzo 1941 dopo una difesa esemplare. Più di 400 uomini, tra morti e feriti, vanno perduti e il maggiore Castagna, «cuore di ferro», il coraggioso comandante, percorre con i superstiti la via della prigionia.
L’Italia in guerra ha bisogno di eroi e la propaganda cavalca Giarabub. Articoli, cartoline, manifesti, romanzi, programmi radio, film e la canzone “La sagra di Giarabub” con quel «Colonnello non voglio pane, voglio piombo pel mio moschetto» che diventerà l’unica canzone veramente popolare della guerra e commuoverà gli italiani. Il mito dell’«oasi degli eroi» durerà fino alla caduta del fascismo. Poi, come l’Italia in camicia nera aveva esaltato e “usato” gli sfortunati combattenti del deserto, l’Italia democratica li avrebbe dimenticati con la stessa disinvoltura.
Fabio Fattore, un giovane collega del «Messaggero», ha scritto «Dai nostri inviati a Giarabub», la storia di cinque giornalisti calati nella disperata avventura africana di Mussolini. Il suo è un libro di storia d’Africa ma anche un testo che descrive il giornalismo di guerra, le emozioni, gli umori, le difficoltà, le paure di uomini che raccontano la vita e la morte.
Digerita la guerra, archiviato il mito di Giarabub, Bianchin, Chiarelli, D’Agostini, Ruinas e Piccone Stella affrontano, con alterna fortuna, il dopoguerra. E con loro, a partire da Castagna, i superstiti della leggenda. Fattore li accompagna fino alla morte e dà a Giarabub una dimensione umana. «Perché – come scrive nell’introduzione – ciascuno di noi, almeno una volta, ha combattuto fino all’ultimo una battaglia perduta in partenza, con scarsi mezzi, poca fortuna e l’entusiasmo dei vent’anni».