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Recensioni

Dai nostri inviati a Giarabub

Giarabub, Africa settentrionale, autunno 1940. Cinque inviati di guerra raggiungono l’oasi, tra un assedio e l’altro, e raccontano le imprese del comandante Salvatore Castagna e dei suoi uomini. Alcuni di questi giornalisti hanno già preso parte alla guerra d’Etiopia, alla guerra di Spagna e continueranno poi a seguire la Seconda guerra mondiale su altri fronti. Le loro strade s’incrociano a Giarabub...

Raccontare la sconfitta: inviati di guerra dall'oasi di Giarabub di Dino Messina

Pubblicata: Il Corriere della Sera
Data: 28/05/2006

La verità non potevi raccontarla, sennò facevi la fine di Alceo Valchini, licenziato nel 1940 dal «Corriere della Sera» perché in articoli mai pubblicati aveva descritto la crudeltà nazista in Polonia. Però non ti potevi nemmeno affidare al mestiere, altrimenti ricevevi la reprimenda del Minculpop che aveva ordinato: «Meno aggettivi». Mestiere difficile quello dell’inviato, soprattutto negli anni finali della dittatura fascista che si era avventurata nella guerra disastrosa. Non per niente metà degli articoli mandati dai vari fronti tra il 1940 e il 1943 non venne mai pubblicata. Eppure ci fu un gruppo di giornalisti che, pur sottomettendosi alle regole di un regime in difficoltà, riuscì a fare il proprio mestiere, parlando con i soldati, raccontando la vita dura degli italiani al fronte agli altri italiani. A questa schiera di cacciatori di storie appartenevano i cinque colleghi che alla fine del 1940, due anni prima di El Alamein, si ritrovarono nell’oasi di Giarabub, ultimo presidio tra la Libia e l’Egitto comandato da un maggiore siciliano, Salvatore Castagna, che un anno dopo avrebbe resistito per sei settimane con poche munizioni e mezzi antiquati all’assedio delle truppe australiane.
I cinque giornalisti che avevano conosciuto quell’ufficiale schivo ed energico erano Pier Maria Bianchin della «Tribuna» di Treviso, Ferdinando Chiarelli, inviato del «Giornale d’Italia» che nel dopoguerra sarebbe stato chiamato al «Corriere della Sera», Bruno D’Agostini del «Messaggero», Stanis Ruinas dell’«Ora» di Palermo e Antonio Piccone Stella del «Giornale radio». La loro storia ci viene ora raccontata da Fabio Fattore nel saggio “Dai nostri inviati a Giarabub”, con una toccante prefazione di Paolo Chiarelli, figlio di Ferdinando e per oltre un trentennio giornalista del «Corriere».
Il pretesto del libro di Fattore è la costruzione del mito di Giarabub, celebrato nel 1942 dal regime seguendo il cliché della battaglia perduta onorevolmente, da Custoza ad Adua, con drammi, libri, oltre che con la canzone di Mario Ruccione («colonnello non voglio pane…»), lo stesso autore di “Faccetta nera”, e con il film con Carlo Ninchi e Doris Duranti in cui faceva una comparsa Alberto Sordi. In realtà il saggio è una storia del giornalismo italiano durante il ventennio, raccontata attraverso la vita e le avventure, da Berlino alla Russia, dalla Spagna all’Africa, di quei cinque inviati che divennero amici in mezzo al deserto.