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Recensioni

Dai nostri inviati a Giarabub

Giarabub, Africa settentrionale, autunno 1940. Cinque inviati di guerra raggiungono l’oasi, tra un assedio e l’altro, e raccontano le imprese del comandante Salvatore Castagna e dei suoi uomini. Alcuni di questi giornalisti hanno già preso parte alla guerra d’Etiopia, alla guerra di Spagna e continueranno poi a seguire la Seconda guerra mondiale su altri fronti. Le loro strade s’incrociano a Giarabub...

Fabio Fattore, Dai nostri inviati a Giarabub di Enzo Magri

Pubblicata: Tabloid, Ordine dei giornalisti della Lombardia
Data: 06/06/2006

L’inviato speciale è il giornalista che ha un appuntamento con la Storia. Clio, la musa che sovrintende agli eventi epocali, scegliendo a caso fra decine di reporter italiani, all’inizio della seconda guerra mondiale staccò a cinque di loro gli ultimi biglietti per una visita a Giarabub prima che questa località subisce un lungo assedio e cadesse in mano inglese.
I loro racconti ispireranno poco più tardi opere di narrativa, del cinema, della radio, e della canzone; composizioni che renderanno celebre negli italiani l’oasi libica fatta assurgere dalla propaganda fascista a simbolo della forza e della determinazione del popolo italiano di sconfiggere i britannici ed i loro alleati e di vincere la guerra che allora si riteneva dovesse avere breve durata come quella che avevamo combattuto contro la Francia. Non per niente una canzone profetizzava, “La fine dell’Inghilterra, comincia da Giarabub”.
I cinque, Ferdinando Chiarelli, Bruno D’Agostini, Stanis Ruinas, Antonio Piccone Stella e Pier Maria Bianchin contribuiranno con i loro articoli in quello scorcio d’inizio del 1942 a rendere leggendario quell’invisibile punto del deserto, almeno nella memoria degli italiani; una sorta di storia alla rovescia di Adua (Adua tu sia maledetta, intonava una canzone), la città etiopica che ricorderà per sempre la nostra prima sconfitta africana. La vicenda di questi cinque professionisti, intrecciata con il doloroso evento bellico di Giarabub, è narrata in un documentato libro di Fabio Fattore che s’intitola Dai nostri inviati a Giarabub, con la presentazione di Paolo Chiarelli, il cui padre è uno dei cinque protagonisti del volume.
Il rendez-vous del quintetto nell’oasi libica è un evento casuale come gli avvenimenti che marcano le loro esistenze, compreso l’accesso alla professione e che Fattore, cronista informato e scrupoloso, ha cura di offrirci sin dai loro esordi largheggiando in gustosi dettagli e sapide annotazioni.
I cinque costituiscono un assortito mixer regionale e professionale nel senso che provengono da diverse parti d’Italia e giungono dai differenti campi in cui si articola il giornalismo: quotidiani, settimanali, periodici, radio. Ferdinando Chiarelli, 31 anni è un abruzzese di Fossa (L’Aquila). In realtà si chiama Luigi.Tuttavia, per non essere scambiato con l’altro più famoso Chiarelli, il commediografo autore di La maschera e il volto, cambia nome di battesimo. La decisione è un segno manifesto della spiccata personalità che sin da ragazzo egli fa valere anche in famiglia. Mentre il padre contadino decide nel 1915 d’abbandonare l’Abruzzo per trasferirsi in America dopo un devastante terremoto nella regione, egli, appena quindicenne, resta in Italia. Adottato dal barone Francesco Bonanni, studia, frequenta il liceo a Lanciano e più tardi, grazie ad un drammaturgo, riesce ad entrare al Giornale d’Italia il più importante foglio del centro della Penisola nel quale dopo alcuni anni di gavetta conquista il posto d’inviato speciale. Gli sono affidate delicate inchieste in Alto Adige e successivamente in Africa per la campagna etiopica dove compete con colleghi di collaudata esperienza quali Achille Benedetti, Cesco Tomaselli, Luigi Barzini junior, Salvatore Aponte, Virgilio Lilli, Ciro Poggiali, Domenico Bartoli, Alessandro Pavolini ed Orio Vergani. Ha appena il tempo di rientrare in patria, che è subito spedito in Spagna dove segue le principali operazioni di quella guerra fino al 1938: l’assedio di Madrid, Teruel, Guadalajara. Nel 1941 lo attende l’appuntamento con Giarabub, presente Bruno D’Agostini. Questi, friulano di San Giorgio di Nogaro, con i suoi trent’anni è il più giovane della comitiva. Ha già sperimentato la guerra nel 1917 quando la sua famiglia è stata costretta ad abbandonare la casa ed il paese in seguito alla rotta di Caporetto. Richiamato nel 1935, prende parte alla campagna d’Africa ma insieme con le armi utilizza la macchina per scrivere per tracciare profili dei suoi compagni d’arme, gente semplice della quale abbozza ritratti, stende annotazioni, compone canzoni che poi trasfonde nel libro Il battaglione di ferro. A promuoverlo giornalista sul campo è Giuseppe Bottai. Assumendo il comando del plotone in cui è inquadrato D’Agostini, l’ex ministro delle Corporazioni ne apprezza le qualità della scrittura e nel 1939 lo introduce a Roma negli ambienti che contano e che gli aprono le porte del Messaggero. Qui diventa presto una firma di punta. Giornalista fedele al regime, segue Mussolini nelle sue trasferte. Lo scoppio della guerra lo trova ancora a Roma, frequentatore di ambienti della cultura e dello spettacolo. Poi nel 1940 è spedito in Africa.
Sardo di Sassari è invece Stanis Ruinas, classe 1899, il più vecchio della banda. La prima ribellione che ne indica la riottosità del carattere la manifesta nei confronti del suo patronimico. Egli nasce Giovanni Antonio De Rosas: cognome e nome che non gli aggradano e che muta nello pseudonimo di Stanis (da Stanislao, nome che lo stuzzica parecchio) Ruinas, (appellativo d’un podere di famiglia andato alla malora).
Ribelle per natura, nel 1920 emigra a Roma portando con sé oltre ad un confuso bagaglio d’ideali repubblicani, mazziniani e garibaldini anche una bisaccia zeppa di pecorino per mantenersi almeno qualche settimana. La sporta gli è rubata alla stazione Termini; gli ideali gli sono sottratti dal fascismo al quale s’iscrive nel 1922. Nella capitale scopre il giornalismo che lo porta prima a Carrara, quale direttore del Popolo Apuano, poi a Parma al Corriere Emiliano, quindi a Roma come redattore dell’Impero e infine in Spagna, inviato del settimanale Legionario, per il quale scrive dall’Africa a partire dal 1940.
Anche il trentacinquenne trevigiano Pier Maria Bianchin, come D’Agostini, ha conosciuto i tristi giorni di Caporetto che lo hanno proiettato con la famiglia addirittura a Napoli. Crescendo, coltiva molteplici interessi culturali: teatro, fotografia, giornalismo. Non ancora maggiorenne, trova un posto in prefettura e quindi in banca. Può contare su una carriera aperta verso la direzione d’una filiale dell’istituto di credito ma un giorno vi rinuncia; riscuote la liquidazione e girovaga per l’Europa per dedicarsi alle sue passioni: la scena e il giornale. Per la prima produce alcune commedie brillanti all’americana (Hollywood allo… allo, Raffiche sui grattacieli, Gli idoli della Foresta, Fiamme sul Gebel); nel giornalismo si specializza in problemi africani scrivendo prima su L’azione coloniale e divenendo successivamente inviato della Tribuna di Roma per la quale percorre i Balcani e la Grecia per ritrovarsi anche lui nel novembre del 1941 all’appuntamento che gli ha assegnato il destino in quello sperduto angolo della colonia italiana. Mentre i primi quattro militano nel settore della carta stampata, il quinto, Antonio Piccone Stella è una delle voci della radio fascista. Abruzzese come Chiarelli (ma di Torricella Peligna), trentasei anni, è un pioniere dell’Eiar. Appena laureato, inizia a collaborare nel 1933 con la radio da Lanciano. Allo scoppio della guerra, è mobilitato come altre decine di giornalisti ed inviato in Africa dove inaugura la trasmissione delle Notizie da casa per i combattenti. Al seguito delle nostre truppe che varcano il confine egiziano, organizza da Sollum un programma che documenta l’evento; una testimonianza che qualche anno più tardi inserirà in un racconto su Giarabub.
Diversamente dislocati sul fronte nel Nord Africa, i cinque sono gli unici giornalisti che riescono a visitare Giarabub e che lasciano pochi giorni prima dell’inizio della controffensiva inglese.
Conclusasi la breve guerra con la Francia, il regime, smanioso d’un’altra vittoria rapida, fa pressione sul maresciallo Rodolfo Graziani per un’immediata iniziativa contro gli inglesi sul confine libico egiziano. Fra il 16 e il 17 settembre 1940, le nostre truppe corazzate varcano la frontiera e conquistano Sollum e Sidi el Barrani. L’avanzata italiana, allenta la pressione nemica sulle oasi di Cufra e di Giarabub situate in pericolose posizioni strategiche essendo prossime al confine. La prima sorge nell’estremo nord del paese ad alcune centinaia di chilometri dal mare; l’altra è nel profondo sud, quasi al confine con il Sudan. Solitaria sentinella in un immenso oceano di sabbia, città santa dei senussiti che vi venerano la tomba di Muhammad ibn ‘Ali al- Sanusi, quest’ultima esercita molto fascino e suggestione, alimenta il mal d’Africa e sospinge molti a volerla visitare.
Il sito, una sorta di valletta nel deserto, una depressione di 25 chilometri, è presidiato da 1.500 uomini tra nazionali e libici. Sotto il comando d’un siciliano di Caltagirone, il colonnello Salvatore Castagna, possono contare su sei cannoni e su una ventina di mitragliatrici. Cufra e Giarabub facevano parte d’una serie di presidi disseminati ad una cinquantina di chilometri l’uno dall’altro sulla direttrice nord-sud e, secondo i piani di Rodolfo Graziani, avrebbero dovuto controllare la frontiera.
Nei giorni successivi alla conquista italiana della cinquantina di chilometri di suolo egiziano, il fronte è calmo. Il generale inglese Archibald Wavel, consapevole che non può avanzare senza mezzi corazzati, sta aspettando i rinforzi per passare al contrattacco. I nostri corrispondenti in Africa hanno poco lavoro e molti di loro chiedono ai comandi il permesso di visitare l’avamposto sperduto di Giarabub. Ma sono Chiarelli, De Agostini, Bianchin, Ruinas e Piccone Stella, che s’aggiudicano quella burocratica lotteria che muove le imprevedibili decisioni dei comandi militari ed ottengono il benestare per spingersi tra i palmeti di quel minuscolo punto agitato dagli uragani di sole che producono le evanescenti visioni e miraggi. I cinque non lavorano in pool, anche se visitano contemporaneamente l’oasi. Ognuno di loro però non si lascia sfuggire il resoconto, attinto alla viva voce del colonnello Castagna e dei suoi collaboratori, della cronaca del drammatico primo assedio subito dagli inglesi a ridosso del 10 giugno, giorno in cui l’Italia è entrata in guerra. Consapevoli d’una prossima controffensiva britannica in quel settore, i corrispondenti impiegano poi il poco tempo dato loro per scrivere anche articoli da Baedeker, da guida turistica, che in quel frangente appaiono come una sorta di presuntuosa sfida al nemico che sta loro di fronte ad un centinaio di chilometri per dimostrare la spavalda sicurezza degli italiani.
Il quintetto abbandona Giarabub (chi in aereo, chi con la colonna dei rifornimenti) negli ultimi giorni di novembre. Il 1° dicembre, organizzati i rinforzi ricevuti, il generale Wavel scatena la controffensiva che costringe gli italiani ad abbandonare Sidi el Barrani e Sollum e a ripiegare fino a Bardia. Segue la conquista inglese della Cirenaica, completata nel febbraio del 1941. In mano nostra rimangono Cufra e Giarabub, isole nell’immenso oceano di sabbia assediate delle forze inglesi che impediscono il loro rifornimento via terra.
Cufra cade il 1° marzo 1941. Giarabub, nonostante le offerte di resa e i ripetuti attacchi britannici, resiste fino al 21 marzo. Avendo avuto la fortuna d’essere stati gli ultimi a visitare l’oasi, i cinque inviati, come se vi fossero ancora dentro. contribuiscono con i loro servizi, i ricordi e le annotazioni, a fornire materiali informativi ai quali attingono cinema, pubblicitari e autori di canzonette, per costruire e modellare secondo i dettami del regime l’epopea degli eroici resistenti. Una campagna intesa a mobilitare le coscienze ancora fiacche degli italiani verso la guerra e per svegliare soprattutto nei soldati quella vocazione all’eroismo che molti sicuramente sentirono ma che l’approssimazione, l’impreparazione bellica e l’insufficienza dei mezzi, s’ingegnarono di rendere vano come dimostrò il successivo andamento del conflitto.
Alla costruzione dell’effimero mito di Giarabub contribuirono la canzone intitolata La sagra di Giarabub (Colonnello non voglio pane/ dammi il piombo per il mio moschetto/ c’è la terra del mio sacchetto/ che per oggi mi basterà) di De Torres e Simeone, musica di Mario Ruccione; il film Giarabub di Goffredo Alessandrini, musica di Renzo Rossellini, con Carlo Ninchi e Doris Duranti; un libro di Asvero Gravelli, aedo della vicenda (Giarabub,l’oasi degli eroi) e uno sterminato numero di manifesti e di cartoline.
Oltre a raccontarci l’episodio inedito del viaggio dei cinque, il libro di Fattore ci consegna una testimonianza puntuale e documentata dell’impegno dei nostri corrispondenti di guerra nel Nord Africa. Allo sviluppo delle vicende di quell’assortita banda fanno da sfondo storie e schizzi di molti altri inviati che operarono in Africa fra il 1935 e il 1943 e che diventeranno famosi negli anni Cinquanta: Max David, Bruno Roghi, Paolo Monelli, Giovanni Artieri, Luigi Barzini junior, Domenico Bartoli, Indro Montanelli e tanti altri ancora. Il libro è preceduto da una tenera, fervente e affettuosa presentazione di Paolo Chiarelli, figlio di Ferdinando, bravo collega del Corriere, il quale ricorda come il suo destino, nell’intraprendere questa professione, sia stato segnato da un gesto del genitore. Questi, durante una visita del ragazzo in via Solferino, gli fece dono della sua firma in piombo composta sul momento dalla linotype d’un tipografo: gesto che gli parve una sorta di cartolina precetto per il suo fatale arruolamento nel giornalismo. In mezzo ai molti pregi del volume mi permetto di segnalare un piccolo neo: la mancanza d’un indice. In un’opera in cui si muovono decine di nostri di colleghi noti e meno noti avrebbe fatto comodo un sommario che facilitasse l’individuazione dei loro nomi nell’intricato se pur piacevole panorama delle 364 pagine.