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Recensioni

Dai nostri inviati a Giarabub

Giarabub, Africa settentrionale, autunno 1940. Cinque inviati di guerra raggiungono l’oasi, tra un assedio e l’altro, e raccontano le imprese del comandante Salvatore Castagna e dei suoi uomini. Alcuni di questi giornalisti hanno già preso parte alla guerra d’Etiopia, alla guerra di Spagna e continueranno poi a seguire la Seconda guerra mondiale su altri fronti. Le loro strade s’incrociano a Giarabub...

Giarabub 1941 L'inutile sacrificio dal nostro inviato friulano nell'inferno del deserto di Sandro Rinaldini

Pubblicata: Il Gazzettino (cronaca di Udine)
Data: 14/08/2006

«Dai nostri inviati a Giarabub» è il titolo di un bel libro di Fabio Fattore, giornalista del quotidiano romano Il Messaggero edito da Mursia che arriva in questi giorni in libreria e che racconta la storia di una battaglia della seconda Guerra Mondiale e l'incontro di cinque giornalisti, inviati di guerra, fra quelle palme del deserto libico che nell'inverno del 1941 diventò teatro di eroismi e inutili sacrifici dei nostri fanti inviati a combattere in Africa.
Fra questi giornalisti c'era un friulano, Bruno D'Agostini, classe 1911, nativo di San Giorgio di Nogaro. Sarà lui a raccontare sulle pagine del giornale romanoIl Messaggerodi ciò che accadde a Giarabub. D'Agostini ha una lunga carriera alle spalle quando arriva in Africa come inviato di guerra e si troverà, mano del destino, nell'ottobre del 1940 a Giarabub, prima della battaglia che diventò leggenda negli anni della guerra anche grazie ad una canzone e ad un film girato nel 1942 con un esordiente Alberto Sordi. D'Agostini non vide la battaglia ma descrisse la vita nell'oasi delle nostre truppe. Sempre attento alla verità, mai retorico, i suoi articoli sono quanto di meglio il giornalismo italiano di allora potesse offrire. Con lui a Giarabub o su Giarabub scrivono Ferdinando Chiarelli del Giornale d'Italia, Stanis Ruinas de L'Ora di Palermo, Pier Maria Bianchin, di Treviso, inviato della Tribuna e Antonio Picone Stella del Giornale radio dell'Eiar. Cinque nomi di inviati, con D'Agostini, che contribuirono a creare il mito di Giarabub, del suo comandante e dei soldati che, come l'aviere Rino Santarossa, oggi novantenne, residente a Pordenone, salvò la bandiera italiana e ne conservò un pezzetto per poi donarlo all'associazione dei reduci della cittadina capoluogo della destra Tagliamento.
Il libro si legge tutto d'un fiato e vuole essere uno spaccato, chiaro e completo, su quello che è stato il ruolo degli inviati di guerra di giornali italiani negli anni del secondo conflitto mondiale. Nessuna tecnologia se non la macchina da scrivere e la radio per trasmettere gli articoli a giornali o la posta militare, a differenza di oggi, i giornalisti di allora andavano veramente sul posto e partecipavano a spostamenti di truppe e azioni di guerra. I cinque sono stati in altre parti dell'Africa prima di arrivare a Giarabub, Etiopia e Somalia, ma anche Spagna nel 1936, Albania e altri fronti di guerra. Molti di loro vestono la divisa da ufficiale, come Bruno D'Agostini che morirà il 10 dicembre del 1978 a Portogruaro dimenticato da tutti. D'Agostini arriva al romano Messaggero nel 1937. A Roma frequenta il bel mondo: è amico di Anna Magnani e Elsa De Giorgi; di lui i colleghi ricordano che "era di una famigliarità eccezionale, sapeva suscitare simpatia". Indro Montanelli parlerà di lui per la passione per la chitarra e per l'amicizia con il poeta Trilussa. Alla fine del 1940 lui e tre colleghi partono per Giarabub.
Questa oasi è all'estremo lembo sud-sud-est della Libia ai confini con l'Egitto a pochi chilometri dall'oasi di Siwa, passata alla storia per l'oracolo del dio Ammone che ad Alessandro Magno disse che il condottiero greco era figlio di Giove. Ruinas, Bianchin e D'Agostini arrivano a Giarabub da qui trasmettono articoli per i loro giornali e servizi per il giornale radio dell'Eiar. Raccontano di uomini fra la sabbia, scaramucce inglesi e contrattacchi italiani, la vita nell'oasi, delle dune e del paesaggio infuocato, del maggiore Salvatore Castagna che comanda l'intero settore e delle sue truppe,, di ciò che rappresentò per i libici l'oasi di Giarabub (visitata nel 1932 dal friulano Ardito Desio) per la presenza del capo dei sedussi, Mohammed ibn Ali es-Senussi, della sua moschea, degli asini di Melfa, dei voli di rifornimento dei nostri aerei da Bengasi. Insomma, i lettori dei loro giornali e gli ascoltatori dell'Eiar, in Italia, vengono a conoscenza di Giarabub e dei soldati che vi sono lì dislocati. Ecco perché quando pochi mesi dopo gli inglesi attaccano la piccola oasi verdeggiante, avamposto ultimo prima della grande depressione di El-Qattara, gli italiani seguono passo passo ciò che accade laggiù nella colonia libica. E' grazie a giornalisti come D'Agostini se i ragazzi di Giarabub che non torneranno a casa e che riposano nel sacrario di El Alamein (una epigrafe ricorda "mancò la fortuna, non l'onore") sono nei cuori di tutti. Fabio Fattore scrive asciutto, didascalico, informatissimo, e non incide in pensieri pro o contro ciò che accadde a Giarabub e perché: è come quei cinque invianti di guerra che con i loro occhi vedono e raccontano. Ecco perché questo testo non deve mancare nella libreria di chi segue, oggi, i fatti del mondo: in fondo sono pagine per capire come si può scrivere anche della cosa più stupida e drammatica del mondo, la guerra, appunto.
I giorni di fuoco
L'oasi di Giarabub, a circa 300 chilometri dalla costa segnati da incerte piste, è formata da palme, orti e pozze d'acqua in una larga fenditura del deserto. Si trova su di un crocevia di piste che conducono a Bir el Gobi, Bir Tengeder e alle oasi di Gialo ed Augila in Libia e all'oasi di Siwa in Egitto. A chilometri dall'oasi vi era una pista d'aviazione. La frontiera, dal mare verso l'interno, era ripartita, nel 1940, in due settori difensivi: Amseat (Capuzzo) e Giarabub; il primo comprendeva i presidi di Sidi Omar, Sceferzen e Maddalena, il secondo Uescechet el Eira, Garn ul Grein e Barra Arrascia. I presidi erano formati da plotoni mitraglieri libici mentre al comando di settore vi erano due compagnie libiche con pattuglie su automezzi leggeri armati adibite al pattugliamento del settore.
Il comando era esercitato da ufficiali italiani. La difesa del settore era basata sulla resistenza in posto dei presidi e sulla sorveglianza mediante pattuglie mobili. Nei mesi antecedenti lo scoppio delle ostilità venne dato notevole impulso alle opere di fortificazione. Allo scoppio della guerra la vita dell'oasi si era trasformata: i civili vennero sgomberati, la moschea e la tomba del fondatore della setta religiosa dei "senussiti", che caratterizzavano l'oasi di Giarabub, erano deserte, senza pellegrini; il presidio militare si era accresciuto, ovunque erano sorte postazioni di mitragliatrici, fossi anticarro, reticolati, capisaldi, posti di osservazione ed opere campali. La "ridotta Marcucci", costruita ai tempi delle lotte italo-turche (1915-1923) era stata sgomberata poiché facilmente vulnerabile ed adibita a servizi. Parimenti erano stati rinforzati i posti di osservazione ed attesa e quelli di sbarramento sulle piste. Il comandante del presidio era il colonnello Salvatore Castagna, ufficiale esperto di comando di truppe libiche.
Nei primi giorni di guerra i presidi nel settore Capuzzo furono attaccati da autoblindo inglesi. L'oasi venne attaccata per la prima volta il 14 giugno da un bombardiere inglese che colpì le installazione del campo di aviazione ma che rimase a sua volta colpito ed abbattuto dal fuoco contraereo. Il 16 giugno inizio l'attacco terrestre contro i primi presidi del settore di Giarabub ma la resistenza sul posto e le autocolonne di rinforzo sventarono queste prime attività nemiche. La conquista di alcuni posti di presidio lungo la costa tagliò i rifornimenti via terra e il 19 giugno l'oasi subì un attacco che investì un posto di osservazione. Fino al 30 giugno, autoblindo e truppe autotrasportate si accanirono contro i posti di osservazione della cinta difensiva perimetrale dell'oasi; ammirevole fu il comportamento dei soldati libici che, privi di armamento anticarro, assalirono i mezzi blindati con bombe a mano e bottiglie incendiarie, immobilizzandone alcuni. All'inizio di luglio gli Inglesi si ritirarono nella base dell'oasi di Siwa; l'accerchiamento al presidio era rotto e potevano arrivare le colonne di rifornimento che, molto graditi dagli uomini, portarono anche quattro pezzi anticarro da 47/32. Da luglio a settembre l'attività inglese fu ridotta mentre da parte italiana ci si sforzò il più possibile di migliorare le sistemazioni difensive, dopo le esperienze maturate durante i primi combattimenti. Nel mese di settembre vennero ricostruiti i posti di frontiera sopraffatti durante il primo attacco ed in essi vennero rinforzate le difese. Lungo tutta la frontiera in ottobre cominciarono i preparativi per l'offensiva e, a Giarabub si pensò di operare contro l'oasi di Siwa ma, fino a dicembre, i mesi trascorsero senza problemi. L'8 novembre venne effettuato dagli italiani un pesante bombardamento aereo sull'oasi di Siwa, in risposta ad un raid britannico contro l'oasi di Augila, e questo diradò gli interventi aerei inglesi. Per tutto il periodo si verificarono scontri tra le colonne dei rifornimenti italiane scortate da veicoli armati e tra le autoblindo inglesi che si infiltravano tra i posti di frontiera per sconvolgere le comunicazioni.
Quando gli Inglesi iniziarono l'offensiva "Compass" a Sidi el Barrani il 10 dicembre 1940, tutti i posti di frontiera vennero investiti ma le puntate delle autoblindo furono respinte, il 14 dicembre gli Inglesi circondarono il presidio di Garet el Grein per controllare i movimenti sulle piste per Bir el Gobi e tagliare fuori i presidi di Maddalena e Sceferzen. Prontamente da Giarabub venne inviata una colonna celere con due cannoni da 47/32 e 2 mitragliere da 20 mm. con un plotone di libici; con il concorso aereo l'accerchiamento al presidio fu rotto. Ma la situazione stava divenendo critica; il 16 dicembre venne disposto il ripiegamento dei presidi di frontiera a sud di Sceferzen su Giarabub. Tale ripiegamento di uomini e materiali di uomini e materiali venne compiuto nei due giorni successivi con movimenti notturni per non essere intralciati dagli Inglesi.
Nonostante uno scontro con le autoblindo inglesi e una diversione fuoripista nel deserto, tutte le colonne giunsero a Giarabub. L'oasi aveva raccolto tutti gli italiani in un raggio di 200 km. Con il ripiegamento, la forza dell'oasi raggiunse i 1350 soldati italiani a cui si aggiungevano gli 800 libici. Incominciavano a farsi sentire i problemi viveri, acqua e munizioni poiché l'ultimo rifornimento via terra era giunto il 4 dicembre.