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Recensioni

Dai nostri inviati a Giarabub

Giarabub, Africa settentrionale, autunno 1940. Cinque inviati di guerra raggiungono l’oasi, tra un assedio e l’altro, e raccontano le imprese del comandante Salvatore Castagna e dei suoi uomini. Alcuni di questi giornalisti hanno già preso parte alla guerra d’Etiopia, alla guerra di Spagna e continueranno poi a seguire la Seconda guerra mondiale su altri fronti. Le loro strade s’incrociano a Giarabub...

Stanis Ruinas, il fascista rosso di Pier Giorgio Pinna

Pubblicata: La Nuova Sardegna
Data: 28/09/2006

Chi si ricorda più di Giarabub? C’è qualcuno che sa qualcosa di quell’oasi nel deserto libico dove dall’autunno 1940 al marzo ’41 i soldati italiani furono decimati in un assedio durato mesi? Che cosa resta della leggenda celebrata in tanti libri e film dopo che inglesi e australiani resero l’onore delle armi ai superstiti? Chi rammenta la canzone dalla famosa strofa «Colonnello non voglio pane, dammi piombo per il mio moschetto»? Oggi, a sessantacinque anni dai fatti, si riparla di tutto. La casa editrice Mursia ha pubblicato un volume che affronta l’intera vicenda da una prospettiva nuova. S’intitola «Dai nostri inviati a Giarabub». L’ha scritto un giornalista del «Messaggero», Fabio Fattore, 38 anni, di Forlì, laurea in Storia e filosofia all’università di Bologna. L’autore ripercorre gli avvenimenti al di là del mito creato dalla propaganda fascista.
E sin dalla foto di copertina permette una scoperta: al seguito delle truppe italiane in Cirenaica, fra cinque reporter che oggi si definirebbero embedded, tutti chiaramente di fede mussoliniana, c’era un inviato speciale sardo. Nell’immagine è ritratto in divisa sul dorso di un cammello. Si faceva chiamare Stanis Ruinas e così firmava gli articoli dal fronte africano. Il suo vero nome era Giovanni Antonio De Rosas. Nato e vissuto sino all’adolescenza a Usini, celebre per i «servizi» a cavallo tra i due conflitti mondiali, veniva chiamato il «fascista rosso»: tra mille contraddizioni, non era in piena sintonia col regime. La sua è una storia che merita di venire raccontata.
La guerra. Dopo la Spagna, dove Ruinas-De Rosas è stato mandato come giornalista al seguito delle brigate nere in appoggio ai franchisti, una volta che Mussolini invade la Francia meridionale, le battaglie si estendono con rapidità all’Africa. Nel suo libro Fattore si sofferma su cinque reporter italiani e sulla resistenza di Giarabub di cui sono testimoni. Il presidio è comandato dal tenente colonnello Salvatore Castagna. Cade solo dopo che la prima offensiva britannica spazza via la Decima armata del generale Graziani e prima che Rommel eviti agli italiani il disastro completo.
La propaganda. La dittatura fascista trasforma ufficiali e soldati in eroi senza macchia: articoli sui giornali, ricostruzioni alla radio, cartoline, manifesti. Nel 1942 arriva nelle sale un film del registra Goffredo Alessandrini. Fra gli attori, l’esordiente Alberto Sordi. La pellicola è preceduta dalla canzone «La sagra di Giarabub». L’autore è Mario Ruccione, lo stesso di «Faccetta nera». Il brano resterà impresso nella memoria di due generazioni.
Il dopoguerra. A conflitto finito, dell’assedio in Libia non si parla più, così come di tante altre «epopee» alimentate dal totalitarismo. A farlo ci prova solo l’ex comandante Castagna con le sue memorie, pubblicate da Longanesi nel 1950. In realtà la resistenza a Giarabub sotto il profilo bellico ha rilievo marginale. Ma Fattore riesce bene a spiegare qual è stato invece il ruolo nell’amplificazione del suo mito svolto dai giornalisti italiani. E qui torna in campo Stanis Ruinas, inviato del quotidiano siciliano «L’Ora», assieme a Bruno D’Agostini del «Messaggero», Ferdinando Chiarelli del «Giornale d’Italia», Antonio Piccone Stella del «Giornale Radio», Pier Maria Bianchin della «Tribuna».
La stampa. «Curiosamente, com’è successo per Giarabub, sulla stampa fascista è stato scritto poco e sul lavoro dei corrispondenti dal fronte ancora meno – fa notare Fattore – E’ un peccato. Mai un regime fu così legato ai media come quello: era giornalista Mussolini, lo erano i principali gerarchi. Nei tre conflitti combattuti dal fascismo (Etiopia 1935-’36, Spagna 1936-’39, Seconda guerra mondiale), la dittatura estesa il suo controllo con meccanismi via via più complessi, arrivando alla militarizzazione degli inviati». E’ stato calcolato che degli articoli scritti tra il 10 giugno 1940 e l’8 settembre del ’43 meno della metà supera i controlli e viene pubblicato.
De Rosas. Giornalista e scrittore, Stanis Ruinas è un personaggio insolito, contraddittorio, di sicuro un fascista non ortodosso. Come chiarisce l’autore del libro, il reporter partito dalla Sardegna «è capace di teorizzare, negli anni di Salò, l’alleanza tra partigiani e repubblichini contro i nemici comuni (capitalisti, opportunisti, parassiti, invasori stranieri) e più tardi di finanziare il giornale che fonderà nel ’48 e che dirigerà per 30 anni, “Pensiero nazionale”, con i soldi del Pci di Togliatti, dell’Eni di Mattei, della Dc di Moro, dell’Egitto di Nasser e della Libia di Gheddafi». Nato l’11 febbraio 1899, rimane poco a Usini, il paese che, in un romanzo autobiografico, diventerà Ursinia. Dopo qualche esperienza nel 1922 come collaboratore dell’«Unione Sarda», nel ’30 è già a Carrara, direttore del «Popolo Apuano». Poi dirige a Parma il «Corriere Emiliano» e nel ’33, a Roma, entra nella redazione del quotidiano «L’Impero». Fra quell’anno e il successivo diventa addetto stampa dell’Istituto Luce. «Incarico – informa Fattore – che conserverà fino alla Seconda guerra mondiale e che gli garantirà un’entrata fissa da arrotondare con le numerose collaborazioni ai giornali». Dal 1936 al ’37 scrive anche per il settimanale satirico «Il Riccio», sequestrato più volte dai fascisti e alla fine soppresso. Nel 1937-38, durante la guerra civile in Spagna, lavora a Valladolid per «Il Legionario», pubblicato per le truppe «volontarie» italiane.
Il declino. Dopo l’8 settembre 1943 il giornalista sardo si trasferisce al Nord con la moglie. Aderisce alla Repubblica sociale. Lavora alla Banca nazionale del lavoro. Continua a collaborare per diversi quotidiani. Nel maggio del ’45 è arrestato dagli Alleati. Poi prosciolto in istruttoria. Finirà di nuovo in carcere, a Regina Coeli, nel ’50. Ci resterà quaranta giorni prima di essere assolto, sempre nella prima fase delle indagini, per mancanza di prove. L’accusa? «Istigazione alla rivolta armata contro i poteri costituiti». In alcuni articoli aveva invitato il Pci a rifarsi con la forza per l’estromissione dal governo De Gasperi e, davvero incredibile, a prendere le armi assieme agli ex di Salò.
Le incongruità. Del resto, c’è poco da stupirsi. Oggi a Usini pochi anziani ricordano De Rosas. Di quel giovane partito tanto tempo fa sopravvivono lontani parenti e labili frammenti di memoria collettiva. Da adulto, però, annota Fattore, Ruinas è spesso «un personaggio sopra le righe, che incontra sempre problemi con il potere». «Scelta una bandiera – scriverà De Rosas di sé – l’ho seguita nella buona e nella cattiva sorte. Ma da libero uomo e da cittadino libero. I fatti? Sospeso due volte dal partito, e una terza radiato, per indisciplina e scarsa fede, e sottoposto a vigilanza speciale. Mi si ridette la tessera con anzianità 1933, dopo due anni grassi di miseria secca. Tuttavia non ho mai disertato, e quando c’era da rischiare ho rischiato, pagando di persona».
Lo pseudonimo. Negli anni Sessanta e Settanta in Italia pochi ricordano Giarabub e gli inviati di guerra. De Rosas tira avanti come può nella redazione di «Pensiero nazionale». La sua unica figlia si trasferisce in Toscana, dove, molto anziani, vive tuttora. Nel frattempo qualcuno continua a domandare al vecchio giornalista come mai abbia scelto di firmare proprio come Stanis Ruinas. «Mi piaceva il nome Stanislao e Ruinas, oltre che un paese, è un podere di famiglia andato in rovina», risponderà lui stesso.
Lo storico Manlio Brigaglia, che lo ha conosciuto, dà un’altra spiegazione: «Giovanni Antonio era nipote di Ciccio De Rosas, bandito di fine Ottocento accusato di aver ucciso il grande poeta di Bonorva Paolicu Mossa e, una volta uscito di prigione, di aver fatto una strage per vendicarsi delle persone che sospettava avessero aiutato le forze dell’ordine nella sua cattura. Firmarsi con il cognome De Rosas, nei decenni successivi, avrebbe richiamato vicende fosche».
La morte. Ruinas, comunque, scrive ancora in tarda età. Uno dei suoi articoli di quel periodo è intitolato «L’isola degli ultimi uomini». E’ del 1982, quando ha 83 anni. Cesserà di vivere a Roma nel 1984. Quattro anni prima, già malato di tumore, era tornato in Sardegna. Gli era stato tributato il Premio Usini, il riconoscimento più caro. Come dice Fattore, «almeno la sua Ursinia non lo aveva dimenticato».