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Recensioni

Dai nostri inviati a Giarabub

Giarabub, Africa settentrionale, autunno 1940. Cinque inviati di guerra raggiungono l’oasi, tra un assedio e l’altro, e raccontano le imprese del comandante Salvatore Castagna e dei suoi uomini. Alcuni di questi giornalisti hanno già preso parte alla guerra d’Etiopia, alla guerra di Spagna e continueranno poi a seguire la Seconda guerra mondiale su altri fronti. Le loro strade s’incrociano a Giarabub...

Giornalisti con le stellette di Mario Arpino

Pubblicata: Liberal
Data: 01/10/2006

Giarabub è nulla, oppure molte cose. Per la maggior parte degli italiani dai quaranta in giù è nulla, semplicemente perché non ne hanno mai sentito parlare, nemmeno dal nonno. Per altri, che ricordano un po’ di geografia, è una delle grandi oasi del deserto libico, assieme a Marada, Augila e Gialo. Per chi sa anche un po’ di storia recente, è l’ultimo rifugio dei Sedussi della Cirenaica, grandi nemici degli italiani prima e di Gheddafi poi. Per me, che all’epoca dei fatti avevo solo quattro anni, ma che per almeno altri quattro, tra foto di cammelli e di Ascari, ne ho sempre sentito parlare in famiglia, Giarabub è un’epopea, un film che spesso mi portavano a vedere al dopolavoro del paese, una nenia arabeggiante, uno spartito Ricordi con musica di Ruccione (lo stesso dell’Inno dei sommergibili e di Faccetta Nera) aperto sul pianoforte di casa e un pesante trentatré giri sul grammofono a puntina e manovella. E’ tutte queste cose assieme.
Ma per capire cosa è stato Giarabub, che cosa ha rappresentato per gli italiani e per il regime, bisogna leggere questo libro di Fabio Fattore, giornalista redattore al Messaggero, nato nel 1968, laureato in filosofia con una tesi in storia del giornalismo. Giarabub, come si legge in quarta di copertina, è stato l’unico caposaldo italiano a resistere sul fronte della Cirenaica durante la prima offensiva britannica. Cadrà solo il 21 marzo 1941, dopo nove mesi di una resistenza davvero eroica, durante la quale il maggiore Salvatore Castagna e i suoi uomini della Guardia alla Frontiera, assieme agli avieri dell’aeroporto, compirono l’impossibile. Finirono uccisi, o prigionieri. La propaganda del regime, a loro insaputa, li inserì subito nell’albo d’oro della leggenda, con un’efficacia tale che anche i bambini, come era io allora e come così nitidamente mi ricordo, ne rimasero coinvolti. Ma, dice l’autore nella sua introduzione, se «l’Italia fascista ne fece degli eroi prima ancora che sparassero un solo colpo di moschetto, l’Italia democratica li dimenticò con la stessa fretta». Giarabub è importante, e ringraziamo Fabio Fattore per aver rinfrescato con tanta efficacia la memoria degli italiani, che, quando ci si mettono d’impegno, riescono a fare grandi cose. L’8 settembre e Alberto Sordi di Tutti a casa probabilmente sono rappresentativi di molti italiani, ma non certo di quelli comandati da Salvatore Castagna, e nemmeno di quelli di Bir el Gobi, di El Alamein o dei Carabinieri di Cunqualber. Ma Giarabub, nonostante il titolo dell’opera, non è tutto il libro. E’ una ghiotta «esca» per il comune lettore, ben posizionata tra il 14° e il 21° capitolo. Otto capitoli su ventisei, con un’appendice al 23°, sull’abile utilizzazione fattane dalla propaganda del regime, e al 24°, che contiene un bel profilo del comandante della guarnigione. Ne deriva che né l’oasi, né il maggiore Castagna sono i protagonisti del libro. I protagonisti veri sono «i nostri inviati» su tutti i fronti, dall’Abissinia alla Spagna, dalla Russia all’Egeo, da Belgrado a El Alamein, come recita il titolo del 22° capitolo. Eccoli: i cinque inviati speciali di cui Fattore segue le avventure per accompagnarci fino a Giarabub sono Pier Maria Bianchin della Tribuna di Treviso, Ferdinando Chiarelli, all’epoca al Giornale d’Italia e, dopo, al Corriere della Sera, Bruno D’Agostini del Messaggero, Stanis Ruinas dell’Ora di Palermo e Antonio Piccone Stella del Giornale Radio. La bravissima e simpatica Monica Maggioni, che ha seguito le truppe americane nel loro rapido procedere verso nord nell’ultima guerra in Iraq, non è stata il primo giornalista italiano embedded, ovvero integrato nella compagine militare e quindi abbigliato a seguirne le regole, con impliciti limiti e divieti. I primi, come si può leggere al 9° capitolo, intitolato Giornalisti con le stellette, sono stati loro, i cinque protagonisti, che, sopra tutto quando le cose andavano male, cioè quasi sempre, dovevano «fare i conti» con una doppia censura: quella del ministero della Cultura popolare che dal 1° giugno 1937 ha preso il posto della Stampa e Propaganda e quella dei singoli ministeri della Guerra, Aeronautica e Marina. Le maglie della rete erano così strette, spiega l’autore, che meno nella metà dei loro articoli scritti tra il 10 giugno 1940 e l’8 settembre 1943 saranno pubblicati, mentre molti di quelli pubblicati avevano subito impietose mutilazioni. Facile e spontaneo il commento che immagino di sentire per bocca di molti lettori: «Ma che vi aspettavate? Allora c’era il fascismo…». La risposta a questi onesti ma ingenui lettori c’è già all’inizio del libro e proviene da fonte insospettabile. Paolo Chiarelli, figlio di uno dei cinque protagonisti e giornalista affermato lui stesso, così scrive nella prefazione: «… gruppi d’interesse e poteri di diverso tipo sono entrati in modo massiccio nelle redazioni (…). In alcune grandi testate, pur di conquistare nuovi lettori, è stata data la massima evidenza a notizie non vere e a polemiche create ad arte (…). Per non parlare degli inviati di guerra, i quali non stanno certo meglio dei colleghi di settant’anni fa con problemi di censura. Anche loro rischiano la vita sapendo in anticipo, a seconda dell’orientamento politico del proprio giornale, che taglio dare ai reportage». Absit iniuria verbis. Ma non roviniamoci l’umore, e leggiamo in santa pace questo bel percorso del giornalismo italiano attraverso le troppe guerre del ventennio, apprezzando anche quelle «zoommate» di colore che questi cinque valorosi amici sono riusciti a tramandarci da un deserto così lontano.
Queste, almeno, non avevano difficoltà a passare attraverso l’occhiuta, duplice censura.