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Recensioni

Dai nostri inviati a Giarabub

Giarabub, Africa settentrionale, autunno 1940. Cinque inviati di guerra raggiungono l’oasi, tra un assedio e l’altro, e raccontano le imprese del comandante Salvatore Castagna e dei suoi uomini. Alcuni di questi giornalisti hanno già preso parte alla guerra d’Etiopia, alla guerra di Spagna e continueranno poi a seguire la Seconda guerra mondiale su altri fronti. Le loro strade s’incrociano a Giarabub...

Un inviato speciale friulano nell'oasi di Giarabub di Sandro Rinaldini

Pubblicata: Il Messaggero Veneto
Data: 27/08/2007

Dai nostri inviati a Giarabub è il titolo di un bel libro di Fabio Fattore, giornalista del quotidiano romano Il Messaggero edito da Mursia e che racconta la storia di una battaglia della Seconda guerra mondiale e l’incontro di cinque giornalisti, inviati di guerra, fra quelle palme del deserto libico che nell’inverno del 1941 diventò teatro di eroismi e inutili sacrifici dei nostri fanti.
Fra questi giornalisti c’era un friulano, Bruno D’Agostini, classe 1911, nativo di San Giorgio di Nogaro. Sarà lui a raccontare sulle pagine de Il Messaggero ciò che accadde a Giarabub. D’Agostini ha una lunga carriera alle spalle quando arriva in Africa come inviato di guerra e si troverà, mano del destino, nell’ottobre del 1940 a Giarabub, prima della battaglia che diventò leggenda negli anni della guerra anche grazie a una canzone e a un film girato nel 1942 con un esordiente Alberto Sordi. D’Agostini non vide la battaglia, ma descrisse la vita nell’oasi delle nostre truppe. Sempre attento alla verità, mai retorico, i suoi articoli sono quanto di meglio il giornalismo italiano di allora potesse offrire. Con lui a Giarabub o su Giarabub scrivono Ferdinando Chiarelli del Giornale d’Italia, Stanis Ruinas de L’Ora di Palermo, Pier Maria Bianchin, di Treviso, inviato della Tribuna e Antonio Picone Stella del Giornale radio dell’Eiar. Cinque nomi di inviati che contribuirono a creare il mito di Giarabub, del suo comandante e dei soldati che, come l’aviere Rino Santarossa, oggi ultranovantenne, residente a Pordenone, che salvò la bandiera italiana e ne conservò un pezzetto nascondendolo nelle scarpe durante la prigionia in India per poi donarlo all’associazione dei reduci del capoluogo della Destra Tagliamento.
Il libro si legge tutto d’un fiato e vuole essere uno spaccato, chiaro e completo, su quello che è stato il ruolo degli inviati di guerra di giornali italiani negli anni del secondo conflitto mondiale. Nessuna tecnologia se non la macchina da scrivere e la radio per trasmettere gli articoli a giornali, o la posta militare; a differenza di oggi, i giornalisti di allora andavano veramente sul posto e partecipavano a spostamenti di truppe e ad azioni di guerra. I cinque sono stati in altre parti dell’Africa prima di arrivare a Giarabub, Etiopia e Somalia, ma anche Spagna nel 1936, Albania e altri fronti di guerra. Molti di loro vestono la divisa da ufficiale, come Bruno D’Agostini che morirà il 10 dicembre 1978 a Portogruaro.
D’Agostini arriva al Messaggero nel 1937. A Roma frequenta il bel mondo: è amico di Anna Magnani e di Elsa De Giorgi; di lui i colleghi ricordano che «era di una familiarità eccezionale, sapeva suscitare simpatia». Montanelli parlerà di lui per la passione per la chitarra e per l’amicizia con il poeta Trilussa.
Alla fine del 1940 lui e tre colleghi partono per Giarabub. Questa oasi è all’estremo lembo sud-sud-est della Libia ai confini con l’Egitto a pochi chilometri dall’oasi di Siwa, passata alla storia per l’oracolo del dio Ammone che ad Alessandro Magno disse che il condottiero greco era figlio di Giove. Ruinas, Bianchin e D’Agostini arrivano a Giarabub, da qui trasmettono articoli per i loro giornali e servizi per l’Eiar. Raccontano di uomini fra la sabbia, di scaramucce inglesi e contrattacchi italiani, di vita nell’oasi, di dune e paesaggi infuocati, del maggiore Salvatore Castagna che comanda l’intero settore e di ciò che rappresentò per i libici l’oasi di Giarabub (visitata nel 1932 dal friulano Ardito Desio) per la presenza del capo dei sedussi, Mohammed ibn Ali es-Senussi, della sua moschea, degli asini di Melfa, dei voli di rifornimento dei nostri aerei da Bengasi. Insomma, i loro lettori ascoltatori in Italia, vengono a conoscenza di Giarabub e dei soldati che vi sono lì dislocati. Ecco perché quando pochi mesi dopo gli inglesi attaccano la piccola oasi verdeggiante, avamposto ultimo prima della grande depressione di El-Qattara, gli italiani seguono passo passo ciò che accade laggiù.
È grazie a giornalisti come D’Agostini se i ragazzi di Giarabub che non torneranno a casa e che riposano nel sacrario di El Alamein (un’epigrafe ricorda: «Mancò la fortuna, non l’onore») sono nei cuori di tutti. Fabio Fattore scrive asciutto, didascalico, informatissimo, e non incide in pensieri pro o contro ciò che accadde a Giarabub e sul perché accadde: è come quei cinque invianti di guerra che con i loro occhi vedono e raccontano. In fondo sono pagine per capire come si può scrivere bene anche della cosa più stupida e drammatica del mondo; la guerra, appunto.