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Recensioni

Dai nostri inviati a Giarabub

Giarabub, Africa settentrionale, autunno 1940. Cinque inviati di guerra raggiungono l’oasi, tra un assedio e l’altro, e raccontano le imprese del comandante Salvatore Castagna e dei suoi uomini. Alcuni di questi giornalisti hanno già preso parte alla guerra d’Etiopia, alla guerra di Spagna e continueranno poi a seguire la Seconda guerra mondiale su altri fronti. Le loro strade s’incrociano a Giarabub...

Inviati di guerra a Giarabub di Giuliano Di Tanna

Pubblicata: Il Centro
Data: 25/02/2006

Le storie di cinque giornalisti italiani, la loro partecipazione alle guerre d’Etiopia, di Spagna e alla Seconda guerra mondiale, e un episodio di cui furono testimoni: la resistenza dell’oasi di Giarabub in Libia nel 1940. E’ il tema del libro «Dai nostri inviati a Giarabub» di Fabio Fattore, giornalista del Messaggero a Pesaro, edito da Mursia. Due di quegli inviati erano abruzzesi: Ferdinando Chiarelli e Antonio Piccone Stella.
Il piccolo presidio, comandato al tenente colonnello Salvatore Castagna, cadde il 21 marzo 1941: fu l’unico a resistere così a lungo, in Cirenaica, dopo che la prima offensiva inglese aveva spazzato via la Decima armata di Graziani e prima che l’intervento di Rommel salvasse gli italiani dal disastro. La propaganda fascista ne fece un mito.
Nella creazione del mito i giornalisti diedero un contributo eccezionale. A cominciare dai cinque che, nell’autunno del 1940, riuscirono a raggiungere l’oasi assediata: Bruno D’Agostini del Messaggero, Ferdinando Chiarelli del Giornale d’Italia, Antonio Piccone Stella del Giornale Radio, Pier Maria Bianchin della Tribuna e Stanis Ruinas dell’Ora.
I due abruzzesi Chiarelli e Piccone Stella, insieme a D’Agostini, nell’autunno del 1940 raggiungono l’oasi di Giarabub tra un assedio e l’altro e ne ricavano delle cronache. Chiarelli le raccoglierà poi in un quaderno edito dall’Editoriale di Propaganda nel 1941, «Giarabub», raccontando anche la battaglia finale in cui il presidio cadde. Piccone Stella pubblicherà un lungo racconto, «Con Castagna a Giarabub», nell’antologia «Pagina sulla guerra alla radio» (Sansoni Editore, 1941).
Ferdinando Chiarelli, il cui vero nome è Luigi, nasce nel 1904 a Fossa in provincia dell’Aquila da una famiglia di contadini. Nel 1930, Chiarelli entra nel Giornale d’Italia (all’epoca il terzo o quarto più venduto in Italia) come critico cinematografico. Sarà inviato di guerra in tre conflitti: la guerra d’Etiopia, la guerra civile di Spagna e la Seconda guerra mondiale. In quest’ultimo conflitto, in particolare, parteciperà alla prima offensiva italiana in Africa settentrionale nel settembre del 1940. Dopo la guerra passerà al Corriere della Sera, continuando a lavorare alla redazione di Roma, prima di trasferirsi a Milano dove sarà redattore capo del Corriere d’Informazione. Morirà d’infarto a 58 anni, nel 1962, mentre dorme accanto alla moglie, poco prima di alzarsi per andare al lavoro. Sulle pagine del Corriere lo ricorderà l’amico Dino Buzzati, sulla Stampa un altro grande amico e compagno d’avventure in Africa orientale, Paolo Monelli. Il figlio, Paolo Chiarelli, seguirà le orme paterne: redattore capo del Corriere della Sera, da poco andato in pensione, e tuttora vice presidente dell’Associazione stampa lombarda.
Antonio Piccone Stella nasce nel 1905 a Torricella Peligna in provincia di Chieti. Studia a Lanciano, poi al liceo Vico di Chieti, infine all’università a Roma dove conosce e sposa una conterranea, Maria Aruffo, figlia della contessa Erminia Baglioni di Civitella Messer Raimondo. Entra all’Eiar (la Rai dell’epoca) nel 1932 per occuparsi del giornale radio: è un pioniere, l’unico giornalista, praticamente inventa l’informazione radiofonica e continuerà a gestirla anche dopo la guerra, come direttore del giornale radio e direttore centrale dei servizi giornalistici di radio e tv, incarico che conserverà fino al 1962 quando si dimetterà per contrasti insanabili con il presidente del consiglio, Amintore Fanfani. Piccone Stella è negli studi di via Asiago quando, il 25 luglio 1943, arriva l’ordine di annunciare la caduta del fascismo, è sempre lì quando l’8 settembre di quell’anno Pietro Badoglio si presenta a leggere il testo dell’armistizio; è ancora lui a gestire la cronaca dell’attentato a Togliatti nel 1948 che rischia di trascinare l’Italia nella guerra civile. A differenza della maggior parte dei suoi colleghi, dopo l’armistizio Piccone Stella fa una scelta di campo netta: fugge da Roma, torna in Abruzzo, riesce a passare il fronte attraversando il Sangro e raggiunge gli Alleati a Bari, che gli affidano la radio dell’Italia liberata. Piccone Stella muore nel 1996. Nel 1990, per il suo 85° compleanno, il suo paese lo aveva festeggiato con una medaglia d’oro.