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Recensioni

Gli italiani che invasero la Cina. Cronache di guerra 1900-1901

L'avventura italiana in Cina nel 1900: una pagina quasi dimenticata su cui si è scritto molto poco. Al massimo è stata considerata un'appendice del tutto marginale alla storia del colonialismo italiano. In realtà, di spunti interessanti ne offre tanti...

Un eroe marchigiano contro i Boxer. Il libro. Fabio Fattore racconta la vicenda, a molti sconosciuta, di Vincenzo Rossi di Alessandro Mazzanti

Pubblicata: Il Resto del Carlino. Edizioni Marche
Data: 01/05/2008

Vincenzo Rossi, chi era costui? Pesaro gli dedica (fin dal lontano 1934) una via, eppure, se si facesse un sondaggio, in pochi saprebbero rispondere. Di certo, Rossi è un uomo d’altri tempi, e forse di altra tempra morale, la cui vita merita un cenno storico. Glielo concede, nel suo ultimo libro, Fabio Fattore, giornalista, di cui è in libreria in questi giorni «Gli italiani che invasero la Cina. Cronache di guerra 1900-1901» (Sugarco, 2008, pag. 224, 18 euro).
Vincenzo Rossi, fu sottufficiale della Regia Marina: medaglia d’oro al valor militare, alla memoria. Era nato a Carpi nel 1877, da una famiglia di tradizioni risorgimentali, che si trasferisce a Pesaro quando lui è ancora piccolo. Volontario in Marina all’età di 16 anni, frequenta la Scuola Torpedinieri di San Bartolomeo (La Spezia), classificandosi primo del suo corso. Al termine del corso s’imbarca sul torpediniere “Calabria” in partenza per l’America del Sud. Arriva in Cina nell’estate del 1900 per soccorrere le ambasciate europee assediate dagli insorti Boxer, guerrieri anti-cristiani e antioccidentali, a Pechino. E Rossi è tra gli italiani sbarcati che partecipano alla prima, sfortunata spedizione di soccorso guidata dall’ammiraglio Edward Seymour (circa 2100 marinai di 8 potenze che tentano invano di raggiungere la capitale con 5 treni). L’impresa si rivela un disastro: la ferrovia sabotata di continuo, i ribelli attaccano più volte la colonna. I treni di Seymour sono fermi per l’ennesima volta, gli operai cinesi e i genieri lavorano per riparare la strada ferrata. Sono le 9 di mattina del 14 giugno 1900, il turno di sentinella spetta agli italiani: sottocapo Rossi più 7 marinai. Sono circa 300 metri più avanti dei treni fermi. La sicurezza di tutti dipende dagli 8 italiani. I Boxer sbucano all’improvviso da una boscaglia e attaccano armati di lance e spade. Rossi fa serrare le fila ai suoi e apre il fuoco, solo dopo indietreggia ma sempre continuando a sparare. I Boxer sono parecchie centinaia, gli 8 italiani naturalmente non ce la fanno: ma la loro reazione fa guadagnare quei secondi necessari perché gli altri della spedizioni non siano colti di sorpresa, corrano ai treni a prendere i fucili e possano reagire sconfiggendoli. Del plotone degli 8 italiani, invece, solo 3 scappano: gli altri, compreso Rossi, muoiono. Tra i 5 marinai italiani morti c’è anche un trombettiere di Tavullia, Ovidio Painelli. Il corpo di Rossi viene trovato con 40 ferite di arma da taglia e la mutilazione di entrambe le mani. Oltre alla medaglia d’oro al valor militare, il governo francese gli conferirà alla memoria la “Medaille Militaire” e l’Inghilterra la Croce di San Giorgio.
«Rossi – conclude Fattore – morirà nella prima missione internazionale dell’Italia all’estero (escludendo l’operazione di polizia a Creta nel 1897 e la guerra di Crimea del ’55, combattuta però dal Regno di Sardegna e senza giustificazioni umanitarie): per la seconda, in Libano, bisognerà aspettare 82 anni».