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Recensioni

Gli italiani che invasero la Cina. Cronache di guerra 1900-1901

L'avventura italiana in Cina nel 1900: una pagina quasi dimenticata su cui si è scritto molto poco. Al massimo è stata considerata un'appendice del tutto marginale alla storia del colonialismo italiano. In realtà, di spunti interessanti ne offre tanti...

Due trevigiani in Cina contro la rivolta dei Boxer di Laura Canzian

Pubblicata: La Tribuna di Treviso
Data: 26/06/2008

Due trevigiani lasciano un sgeno nella storia cinese. C’erano anche il comandante montebellunese Vincenzo Garrioni e il generale trevigiano Tommaso Salsa a far parte della prima spedizione militare internazionale che la storia italiana ricordi: quella dell’estate del 1900 nell’Impero d’Oriente, attraversato dalla rivolta anti-straniera dei Boxer - società segreta cinese - e raccontata da Fabio Fattore nel suo ultimo libro «Gli italiani che invasero la Cina», edito dalla editrice milanese «Sugarco». Il libro si basa sulle testimonianze scritte dei giornalisti corrispondenti, sui diari dei missionari, e anche sulle lettere private di soldati semplici e degli ufficiali. Illuminanti in questo senso, le critiche inviate da Salsa alla madre circa l’impresa «dove c’è da ricavare per noi poco onore militare e nessun utile pratico», scrive il comandante. Del colonnello Garioni si parla a proposito della battaglia di Ku-nan-shien, l’unico fatto d’arme a cui l’esercito italiano prese parte, e nel capitolo in cui il tenente di sanità, Giuseppe Messerotti Benvenuti, esprime giudizi molto critici su di lui, sul suo carattere e sul suo modo di condurre la campagna. «Garioni - scrive Benvenuti in una sua lettera - è un «orso», poco indicato per questo genere di missione che di fatto è una parata internazionale e dove è necessario saper tessere buoni rapporti con i vertici delle altre sette potenze presenti sul campo. Salsa (che lo sostituirà al comando del contingente, lasciato in Cina dopo la firma del trattato di pace, ndr) è un tipo brillante e più indicato a nascondere con classe le tante pecche e impreparazioni del dispositivo militare». Due ritratti, due visioni della spedizione: quella in Cina è stata una sorta di operazione di «polizia internazionale» che presenta qualche analogia con quelle moderne, a cominciare dall’idea con cui i cronisti dell’epoca insistevano sulla diversità del soldato italiano rispetto agli altri, costruendo così il mito degli «italiani brava gente». Era la prima volta che l’Italia scopriva la Cina e di quell’impresa resterà poco: la minuscola concessione di Tien-tsin, che l’Italia conserverà fino alla Seconda guerra mondiale.