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Dai nostri inviati a Giarabub

di Fabio Fattore, Mursia, Milano 2006

Le storie di cinque giornalisti italiani, la loro partecipazione alla guerra d'Etiopia, di Spagna e la Seconda guerra mondiale, e un episodio di cui furono testimoni: la resistenza dell'oasi di Giarabub, nel deserto della Libia, nell'autunno 1940.

Dai nostri inviati a Giarabub di Fabio FattoreIl piccolo presidio, comandato dal tenente colonnello Salvatore Castagna, cadde il 21 marzo 1941: fu l'unico a resistere così a lungo, in Cirenaica, dopo che la prima offensiva inglese aveva spazzato via la 10™ armata di Graziani e prima che l'intervento di Rommel salvasse gli italiani dal disastro completo. La propaganda fascista ne fece un mito, il più importante di tutta la Seconda guerra mondiale: servizi sui giornali e alla radio, cartoline, manifesti. Nel '42 uscì un film di Goffredo Alessandrini, "Giarabub", con Carlo Ninchi, Doris Duranti e l'esordiente Alberto Sordi, preceduto dalla canzone "La sagra di Giarabub" di Mario Ruccione (lo stesso autore di "Faccetta nera" e della "Canzone dei sommergibili").
Soprattutto la canzone, con il suo ritornello "Colonnello non voglio pane, voglio piombo pel mio moschetto", diventò così popolare da restare impressa, anche nel dopoguerra, nell'immaginario di intere generazioni. Tra i libri usciti a caldo, a guerra ancora in corso, ci furono la testimonianza di un soldato di sanità raccolta da un giornalista che si firmava Gian Del Po (il suo vero nome era Gianni Brera) e il resoconto di uno dei pochi inviati che avevano visitato l'oasi tra un assedio e l'altro, Ferdinando Chiarelli. Un altro che c'era stato, Pier Maria Bianchin, ci scrisse un radiodramma che fu trasmesso dall'Eiar il 4 novembre 1942.

Dopo la guerra, come accadde con il resto della mitologia fascista, anche di Giarabub non si parlò più. Non solo la leggenda, però, fu dimenticata, ma anche la sua storia. Ci provò l'ex comandante del presidio, Salvatore Castagna, a raccontarla in un libro di memorie che uscì nel 1950: "La difesa di Giarabub" (Longanesi). Con tutti i suoi limiti, fu l'unica monografia scritta sull'assedio di Giarabub: un episodio, del resto, piuttosto insignificante nel contesto delle campagne combattute in Africa settentrionale tra il 1940 e il '43, se paragonato ad esempio alle battaglie attorno a Tobruk, o El Alamein, o Kasserine solo per citare le più famose. Meritevole, al massimo, di pochi cenni all'interno di studi più ampi (ad esempio l'opera monumentale del generale Mario Montanari "Le operazioni in Africa Settentrionale"). Trascurata dagli storici, dimenticato anche il mito fascista, Giarabub restò patrimonio quasi esclusivo di pochi "nostalgici" o di quanti, almeno una volta nella vita, avevano sentito cantare la canzone del soldato che non vuole pane ma piombo per il moschetto.

'La sagra di Giarabub', parole di De Torres e Simeoni, musica di RuccioneIn realtà la resistenza di Giarabub, se da un punto di vista storico-militare ha un'importanza marginale (limitata alla curiosità di battaglie combattute in pieno deserto del Sahara, che per la natura stessa dei luoghi dovettero seguire regole tutte proprie), ne ha una enorme proprio per come fu usata dalla propaganda. E se gli esperti del regime scelsero proprio quell'episodio e non altri per cercare di risollevare il morale a un popolo sempre più stanco e scontento, un motivo ci doveva pure essere.

Nella creazione di questo mito i giornalisti - ora in maniera inconsapevole, ora in maniera diretta - diedero un contributo eccezionale. A cominciare dai cinque inviati che, nell'autunno del '40, riuscirono a raggiungere l'oasi assediata: Bruno D'Agostini del "Messaggero", Ferdinando Chiarelli del "Giornale d'Italia", Antonio Piccone Stella del "Giornale Radio", Pier Maria Bianchin della "Tribuna" e Stanis Ruinas de "L'Ora". Giornalisti che avevano già partecipato ad altre guerre (Chiarelli era stato corrispondente in Etiopia e Spagna, D'Agostini aveva combattuto in Etiopia come tenente di fanteria, Ruinas aveva lavorato in Spagna durante la guerra civile) e che, dopo Giarabub, avrebbero scritto da altri fronti.

Curiosamente, proprio com'è successo per la storia di Giarabub, anche sulla stampa italiana del periodo fascista è stato scritto poco (fatta eccezione per gli studi di Paolo Murialdi) e sul lavoro dei corrispondenti di guerra ancora meno. Ed è un peccato: perché mai un regime fu così legato al giornalismo come il fascismo (era giornalista Mussolini, lo erano i principali gerarchi) e uno studio del Ventennio attraverso la stampa potrebbe risultare quanto mai utile. Nelle tre guerre combattute dal fascismo (Etiopia 1935-'36, Spagna 1936-'39, Seconda guerra mondiale), il regime estese il suo controllo sugli inviati al fronte, attraverso meccanismi via via più complessi, arrivando addirittura alla loro militarizzazione. La censura si fece sempre più rigida, è stato calcolato che degli articoli scritti tra il 10 giugno 1940 e l'8 settembre '43 meno della metà superò i controlli e fu pubblicato, sia pure a costo di tagli. C'era però, tra le penne migliori, chi non si arrese alle limitazioni imposte dall'alto e, per potersi esprimere più liberamente, si rifugiò nel cosiddetto "racconto di guerra": un genere a metà tra la cronaca e il racconto. Come alcuni di quelli che i cinque inviati ricavarono dal loro viaggio a Giarabub e che la propaganda fascista, subito dopo, si affrettò a usare come materiale per costruire il nuovo mito.