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Introduzione

Le cose fuori posto hanno un potere misterioso. Fanno nascere domande, come e perché siano finite lì, ma affascinano anche per il solo fatto di esserci. Ricordo ancora un film che ho visto da bambino in televisione: sembrava un classico western, solo che gli indiani - i cattivi che perdevano - erano i cinesi e insieme alle giubbe blu - i buoni che vincevano - c'erano soldati di altre nazioni. Che ci faceva, allora, quel marinaio italiano con la divisa bianca e i baffetti neri, l'unico tanto incosciente da volere usare Betsy, il cannone costruito con materiali rimediati in giro, e che già nella scena successiva ci cade sopra colpito a morte? E quell'altro, anche lui moro e con gli stessi baffetti, che il sergente americano sveglia con un <<buongiorno>> pronunciato in italiano? Ma il bello è alla fine, quando arrivano i nostri, e dopo i lancieri del Bengala, i marines e i fanti tedeschi, entrano di corsa i bersaglieri con tanto di fanfara.Locandina del film '55 giorni a Pechino' di Nicholas Ray (1963) Che importa se è un falso storico, il film ne è pieno e in un polpettone hollywoodiano ci può stare benissimo. Quello che conta sono la fantasia e la curiosità che il kolossal di Nicholas Ray del 1963 ha saputo accendere in un bambino come me. Dalla prima all'ultima scena. Da quando suonano le bande nel quartiere delle Legazioni e in lontananza si scorge un tricolore con lo stemma dei Savoia, fino alla parata dei vincitori nella Pechino liberata e David Niven, l'ambasciatore britannico, dice a Charlton Heston, il maggiore statunitense: <<Li sentite? Suonano di nuovo ognuno per proprio conto>>. <<Sì, ma per 55 giorni hanno suonato tutti quanti uniti>>.

Tutto è cominciato da lì. E quando un giorno, da grande, ho preso a scartabellare tra diari, relazioni di militari e vecchi articoli di giornali per ricostruire una storia quasi dimenticata, ho sempre ricordato il fascino ingenuo del film e le mie domande di allora: che ci facevamo noi italiani in Cina nell'estate del 1900? Strada facendo sono stato pungolato da nuovi stimoli: i cinesi, prima di tutto. Oggi hanno invaso le nostre città con i loro ristoranti, i negozi, i laboratori tessili dove lavorano giorno e notte, le comunità che ci sembrano così chiuse e tanto diverse da quelle degli altri immigrati da metterci addosso una certa paura. E cent'anni fa, quando siamo stati noi italiani a invaderli, ma con le armi? E sbandierando la causa della civiltà? Il risultato, oggi come allora, è stato lo scontro tra due mondi.

È stata quella la prima volta che l'Italia, di fatto, ha scoperto la Cina e i cinesi: non con gli esploratori come Marco Polo e i missionari come Matteo Ricci, ma con la sua gente più semplice, i marinai e i soldati, mentre i giornalisti e gli ufficiali li hanno raccontati al grande pubblico con articoli, libri di memorie, fotografie. Lo hanno fatto a modo loro con limiti, pregiudizi o intuizioni brillanti: come quella di un inviato molto speciale che immagina un futuro in cui i prodotti made in China travolgeranno l'economia occidentale. La Cina è entrata allora nelle case degli italiani, almeno tra quel 56 per cento che non era analfabeta, anche attraverso le parole di personaggi come Ernesto Teodoro Moneta, premio Nobel per la pace nel 1907, che si scaglia contro le atrocità degli invasori, o Cesare Lombroso, il celebre criminologo, che nelle pagine di Critica sociale, in un articolo sul pericolo giallo, non se la prende con i tratti somatici degli orientali ma con la politica del governo italiano, pronto a tuffarsi in avventure all'estero da cui ha tutto da perdere e niente da guadagnare. Uno scrittore popolarissimo come Emilio Salgari, ispirato dai terribili Boxer, mette da parte per un momento pirati e corsari e nel 1901 pubblica il romanzo Le stragi della China, noto come Il sotterraneo della morte, dove narra le peripezie di alcuni emigrati italiani durante la ribellione.

È stata quella la prima volta, poi, in cui l'Italia ha preso parte a una missione militare internazionale. La guerra in Crimea del 1855? No, lì c'erano Cavour e il Regno di Sardegna. L'operazione di polizia contro gli insorti di Creta del '97? Un episodio di scarsa importanza, anche se emblematico delle ambizioni da grande potenza che l'Italia stava coltivando: che sono esplose tre anni dopo in Cina, dove manda una flotta e un corpo di spedizione con una buona dose d'incoscienza e disorganizzazione. Oggi, ormai, le nostre forze armate partecipano sempre più spesso, con l'Onu e la Nato, a missioni oltremare: ma dalla prima in Cina alla seconda in Libano passano 82 anni. E se è vero che i tempi sono cambiati e gli scenari anche, è più facile di quanto si creda imbattersi in strane somiglianze: dai problemi logistici e di trasporto all'inadeguatezza degli armamenti, il modo di relazionarsi con gli alleati e le popolazioni locali e il mito del soldato italiano bravo, buono e amato da tutti.

Quei rimandi tra storia e attualità nascosti tra le righe mi hanno fatto capire, mentre avevo già quasi terminato la ricerca, che ancora mancava qualcosa. L'ho cercato in Cina: ho voluto vedere di persona che cosa fosse rimasto dei luoghi in cui si erano mossi i miei personaggi. Ho fatto lo zaino, sono partito, sono atterrato a Pechino, ho evitato con cura le gite alla Grande muraglia e ai guerrieri di terracotta e ho cominciato a girovagare per le vie a sud-est della Città proibita. Il sergente dei marines (Ernest Borgnine) sveglia un marinaio italiano (scena del film '55 giorni a Pechino')Le ambasciate non esistono più, dagli anni '50 sono state trasferite nel distretto di Chaoyang, e per scorgere qualche traccia del quartiere europeo ci vuole molta immaginazione. L'impronta, però, si nota ancora nel rettangolo compreso tra Chongwenmen Xidajie, Zhengyangmen, Hubu Jie e Bingbu Jie, con l'antica via delle Legazioni che l'attraversa e si chiama Dong Jiaomin Xiang. Qua e là si affacciano vecchi edifici costruiti o ricostruiti dopo il 1901, la chiesa di San Michele, una banca giapponese, caseggiati per le famiglie dei diplomatici. Ma basta sbucare nella sterminata piazza Tienanmen, con l'architettura comunista dei suoi palazzi, gli sventramenti, i viali senza fine, i casermoni tristi e grigi, il traffico caotico, per farsi prendere, oltre che dall'angoscia, anche dallo sconforto: quella Pechino, ormai, non esiste più.
Non esiste più, forse, neanche nel labirinto degli hutong, i vicoletti sporchi e pittoreschi: almeno i pochi che ancora non sono stati spianati dai bulldozer a ritmi industriali.

Mi sono concesso una tregua per un giorno e, da buon turista, sono entrato nella Città proibita. Qui dentro il tempo si è fermato, come succede nei musei o nei cimiteri, e la folla di visitatori di tutte le razze non mi ha disturbato più di tanto. Mi ha fatto pensare, semmai, alla prima volta che il portone si è aperto e i palazzi imperiali sono stati profanati: era la mattina del 28 agosto 1900, la grande parata delle potenze, tra cui una compagnia di cento marinai italiani, è entrata dalle porte di Mezzogiorno e della Suprema armonia, ha attraversato cortili e giardini ed è uscita a nord dalla porta del Genio militare, mentre gli spettatori occidentali si attardavano nelle splendide sale in cerca di souvenir, di sicuro meno dozzinali di quelli che trovano oggi nei negozietti. Se tutto sommato gli eserciti hanno rispettato la Città proibita, o hanno finto di rispettarla, nel Palazzo d'Estate hanno avuto la mano pesante: devastato e incendiato dagli anglo-francesi nel 1860, ricostruito dall'imperatrice Tzu-hsi, di nuovo saccheggiato nel 1900. Il suo parco, il lago, le pagode sono ancora una meraviglia: lo erano anche per i fanti italiani che ne occupavano la parte occidentale insieme agli inglesi dislocati in quella orientale, dopo che i russi l'avevano già razziato e abbandonato. L'ho visitato ricordando gli scritti dei nostri ufficiali che hanno fatto lo stesso giungendo a Pechino: affascinati da tanto splendore, imbarazzati dalla barbarie dei vincitori.

A questo punto mi restava solo la cattedrale di Petang, dove pochi marinai italiani e francesi hanno tenuto testa ai cinesi per 72 interminabili giorni: forse l'episodio più incredibile dell'intera guerra, che fa sembrare una sciocchezza l'assedio delle Legazioni. L'ho trovata grazie a una cartina di cent'anni fa, l'inglese del ragazzo alla reception (in una città di quasi 14 milioni di abitanti, i tassisti che ne masticano qualche parola si contano sulle dita di una mano) e soprattutto tanta pazienza. Si chiamava Petang o Bei tang, cioè chiesa del nord, ed è dedicata al Salvatore. Ma i pochi che me l'hanno saputa indicare la conoscevano come la chiesa di Xishiku Dajie, la solita brutta via con schiere di caseggiati nuovi e già vecchi, dove non ti aspetteresti mai di scoprire, dietro un cancello e un muro di cinta, un tesoro di architettura gotica francese. L'hanno riaperta al culto nel 1985: naturalmente è il culto della chiesa cattolica patriottica, che non riconosce il primato del Papa, anche se poi, seguire i confini sotterranei tra questa e quella romana, clandestina dal '57, è facile quanto rintracciare un indirizzo a Pechino. La cattedrale, dentro, è piuttosto cinesizzata, con le colonne dipinte di rosso e verde da cui spuntano ventilatori e un paio di televisori, lunghi termosifoni sotto le vetrate a mosaico, due grossi orologi ai lati dell'altare: ma viva, benché sia la mattina di un giorno feriale, con vecchi e giovani che entrano per pregare e i bambini del catechismo che giocano nel giardino. Sono andato a dare un'occhiata nel retro, dove anticamente c'era il convento delle suore difeso dagli italiani, e ho visto una palazzina di due piani che sembrava una casa di ringhiera, panni stesi alle finestre, un statua di San Giuseppe nel cortile. Stavo per andarmene quando è uscita una donna: non erano case popolari, quello è ancora un convento e lei, mi ha spiegato gentilmente, era la madre superiora.

Un giorno ho affrontato la stazione centrale: bella, grande, affollatissima, solo insegne in cinese e una coppia di stranieri, persi quanto me, che mi chiedono dell'unica biglietteria in cui si parla inglese. Alla fine ci sono riuscito e ho preso il treno per Tianjin, l'antica Tien-tsin: un'altra metropoli di quasi 10 milioni di abitanti, un'ora e mezzo di viaggio. Ho percorso in senso inverso il tragitto tentato dall'ammiraglio Edward Seymour con cinque convogli per andare a liberare gli assediati. Il paesaggio non è lo stesso che hanno osservato i 41 italiani della spedizione, ma credo che il senso di tristezza capace di trasmettere sia molto simile. Campagna piatta e monotona, villaggi raccolti dentro quattro mura, cimiteri a perdita d'occhio fatti di semplici tumuli di terra, fabbrichette con le ciminiere e gli slogan del partito, qualche discarica a cielo aperto, fiumiciattoli di un colore inquietante. La nebbiolina mista a smog rende il tutto ancora più grigio e uniforme, è uno sforzo tenere gli occhi aperti. Quando lo scenario si è fatto più brutto, con caseggiati e fabbriche più grandi, ho capito di essere arrivato a Tianjin.

Ho ritrovato però l'atmosfera coloniale passeggiando lungo la Jiefang Beilu: l'ex Victoria Road e Rue de France. Ma la sorpresa è stata di là dal ponte sul fiume Hai, il Pei-ho dei miei libri: è il posto che non ti aspetti, un pezzo d'Italia che non dovrebbe esistere più da mezzo secolo, da quando cioè è stata soppressa la concessione territoriale ottenuta con la vittoria del 1901. I cinesi quasi mai conservano o restaurano: demoliscono e ricostruiscono. Nel 2004, invece, la municipalità di Tianjin ha pensato di approfittare di questo quartiere così esotico rimasto miracolosamente in piedi per farne un'attrazione turistica e commerciale e ha avviato un programma a cui partecipa la società Sirena, di cui fanno parte Comune di Napoli e Regione Campania, che finora ha recuperato 22 su circa 80 edifici storici. Certo la mentalità è quella cinese: residenti sfrattati con le buone o le cattive e progetti per una marea di hotel, uffici, negozi e ristoranti più o meno italiani, compreso un karaoke nel Forum fascista. I restauri di Sirena, almeno quelli, sono fatti a regola d'arte. E nella caserma Carlotto è stata allestita una bella esposizione, curata anche dall'Italia, sulla storia e l'architettura dell'ex concessione.L'arrivo dei bersaglieri a Pechino (scena del film '55 giorni a Pechino') Come andrà a finire non lo so, il video promozionale dove una ballerina spagnola danza il flamenco sul selciato del futuro Business Park non aiuta a essere ottimisti. Mi sono consolato con la fortuna di visitare il quartiere prima che nasca questa bizzarra Little Italy. E mi sono lasciato trasportare dal fascino delle cose fuori posto, camminando lungo le vie eleganti e silenziose, curiosando nei cortili delle villette liberty e calpestando i sampietrini di piazza Marco Polo, già Regina Elena, che ricorda un po' l'Eur, un po' il piazzale della Vittoria della mia Forlì. È la stessa sensazione che ho provato in certe città dell'Africa Orientale, a Cheren come a Gondar o in alcune strade di Addis Abeba, dove l'architettura italiana del '900 si trova a suo agio tra tucul, castelli abissini e baraccopoli. Qui, tutt'attorno, spuntano grattacieli e ciminiere, spiccano il volo ponti e viadotti e il traffico non molla l'assedio: ma il quartiere in stile italiano, come lo chiamano per esorcizzare il passato coloniale, resiste, piccolo e per niente spaesato, con le sue case signorili popolate all'inverosimile da famiglie cinesi per 50 anni e ora di nuovo deserte, come il giorno in cui gli ultimi proprietari hanno fatto i bagagli per rimpatriare.

Dal mio albergo ho preso un taxi per Tanggu, 50 chilometri. Quando ci sono sbarcati i nostri marinai era un villaggio di pescatori, oggi è classificato come il decimo porto commerciale del mondo. Avevo letto che doveva esserci un museo nella fortezza di Dagu, l'ex Taku, ed ero curioso di visitarlo.
Eugenia, la simpatica interprete di Sirena che mi ha fatto da guida nel quartiere italiano, non me ne aveva parlato per non scoraggiarmi e ha fatto bene: il museo è una casupola cadente di cinque stanze, pareti scrostate e coperte di muffa, foto sbiadite, didascalie rigorosamente in cinese e cimeli che raccontano, come possono, la storia dei quattro forti alla foce del fiume Hai, le guerre dell'oppio e le aggressioni subite dal Celeste impero.
All'esterno qualche metro di mura e un piccole bastione: tutto ciò che resta. Magari un tempo faceva la sua figura, non so: adesso è solo un puntino schiacciato dall'autostrada che passa pochi metri alle sue spalle, con il frastuono dei camion diretti al porto, baracche e una discarica sulla destra e lontano, nascoste nella nebbia, le gru altissime e i container. Mi sono accorto di essere io l'unica attrazione: almeno per i quattro ragazzi cinesi, i soli visitatori, che hanno insistito allegramente per farsi fotografare insieme a me. Un europeo sugli spalti di Taku, questa sì che è una foto. Poi sono salito sul bastione deserto e ho guardato verso il golfo di Bohai: invisibile, solo una costa piatta, le paludi, la nebbia.

Su un bastione come quello, cent'anni fa, c'erano due marinai, si chiamavano Baldantoni e Manero. Il loro ufficiale, dopo avere partecipato con un distaccamento di 24 uomini alla conquista dei forti e dovendo proseguire la marcia per Tianjin, ce li aveva lasciati di guardia alla bandiera: sperando che a nessun nemico, regolare o sbandato che fosse, venisse in mente di tornare alla carica. E i due sono rimasti lì, insieme a pochi inglesi sparsi altrove, e così i compagni che, negli anni seguenti, hanno mantenuto il presidio italiano di Taku. Soli, dall'altro capo del mondo, di guardia a un tricolore su un bastione cinese, sulla riva di un mare che nemmeno si vede: anche loro cose fuori posto. Forse per un momento ci avranno pensato, si saranno interrogati su quella situazione così strana che nessun amico o familiare avrebbe mai potuto vivere né capire, il giorno che gliela avessero raccontata. Forse no, le loro domande erano più semplici e importanti: quand'è che torno a bordo, quand'è che torno a casa.