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Introduzione

Credo di aver cominciato questa ricerca sui corrispondenti italiani nella Seconda guerra mondiale per un mio bisogno di chiarezza e averla continuata, poi, per la curiosità e il piacere di esplorare un territorio, meno distante di quanto avessi immaginato. Un mondo popolato da varia umanità – tanti bravi, tantissimi cialtroni, qualche grande – e dominato da regole contraddittorie, censure e autocensure, passione e voglia di raccontare, obbligo di sottostare a poteri, spesso in contrasto tra loro. Faccio anch’io il giornalista, non sono mai stato su alcun fronte, ma solo in redazioni di provincia. Anni fa, spingendomi fuori dai miei confini, ho voluto ricostruire la storia di cinque corrispondenti che nel 1940 raggiunsero l’oasi di Giarabub, poco prima che il suo presidio sostenesse un celebre assedio. Seguendone le vicende personali, attraverso le campagne di Etiopia, Spagna e la Seconda guerra mondiale, mi sono reso conto di procedere alla cieca: quasi nessuno si era mai preso la briga di studiare, in maniera seria e organica, l’informazione bellica nel periodo fascista, probabilmente per il pregiudizio che non valesse la pena sprecare molto tempo su qualcosa che, per definizione, appare come pura propaganda, un insieme di omissioni e falsità. Biografie e autobiografie di singoli giornalisti se ne trovano, ma sono un campo minato: chi si vanta di essere stato l’unico testimone della tale battaglia, chi dà a intendere di non essersi mai sporcato le mani con l’antisemitismo, chi assicura di aver mantenuto un atteggiamento critico e distaccato, mentre magari indirizzava preghiere e note riservate al Duce. Buona parte delle pubblicazioni, che trattano dei corrispondenti in generale, per quelli dell’epoca fascista, attingono da fonti del genere: contribuendo a contrabbandare il mito di simpatici guasconi, senza macchia e senza paura, in lotta con il potere e capaci anche di farsene beffe. Pochi studi seri sul giornalismo italiano di quegli anni devono necessariamente condensare in alcune pagine il capitolo sui corrispondenti. Su di loro, manca un esame mirato degli archivi – Cultura popolare, ministeri militari, redazioni – come quello, più scontato, delle raccolte dei quotidiani. Difetta anche un approccio interdisciplinare che tenga conto della storia militare e politica. Terminato il libro su Giarabub, mi sono proposto questo compito.

Ricordo di aver letto, in uno dei rari studi in materia, che nel gennaio e febbraio del 1943 spariscono gli articoli sull’Armata italiana in Russia (ARMIR): il regime oscura la disfatta, la notizia semplicemente non esiste. È vero, ma sarebbe stato sufficiente continuare a sfogliare le pagine di quei giornali e documentarsi sui problemi incontrati dai corrispondenti – attraverso le lettere ai loro direttori o le relazioni della Cultura popolare – per arrivare a conclusioni molto diverse. Già a partire dalla primavera, infatti, c’è tutto un fiorire di articoli sulla ritirata degli alpini. La spiegazione è che, almeno in questo caso, non è il regime, inteso come un’entità monolitica e indistinta, a mettere il bavaglio agli inviati: al contrario, sono le autorità militari sul posto, a ostacolarli in tutti i modi – tagliandone, trattenendone e ritardandone i servizi, vietando l’uso della radio per trasmetterli, costringendoli a spedirli per via ordinaria e facendo passare anche quaranta giorni, prima della loro pubblicazione. Quando gli inviati rientrano in Italia, la censura della Cultura popolare non pone più veti. L’anabasi degli alpini, anziché essere rimossa, diventa propaganda. Le testimonianze di Cesco Tomaselli sul «Corriere della Sera», raccolte poi in un libro nel novembre del 1943, contengono già tutti gli elementi – tranne naturalmente la condanna per Mussolini e gli alti comandi – che si incontrano, nel dopoguerra, nella ricca produzione sulla campagna di Russia. Basterebbe questo esempio anche per dimostrare una sostanziale continuità tra il prima e il dopo, tra la pubblicistica dell’Italia fascista e quella della Repubblica italiana: non fosse altro perché, trascorsa la breve stagione dell’epurazione, le grandi firme del giornalismo rimangono quasi tutte le stesse, come pure il nemico ideale, la Russia comunista.

Un altro pregiudizio, che scoraggia gli studiosi, riguarda la censura. È innegabile che esista e condizioni la stampa, ma se si entrasse nelle sue dinamiche interne, invece di considerarla semplicemente la lunga mano del regime, non mancherebbero le sorprese. Ci si dovrebbe domandare, infatti, perché i giornalisti, abituati a un ventennio di fascismo, durante la Seconda guerra mondiale non facciano che lamentarsi, in privato, per i loro articoli massacrati o cestinati. La risposta che, per la prima volta rispetto ai successi in Etiopia e Spagna, siano i rovesci militari a rendere più rigidi i controlli, per mascherarli o farli passare sotto silenzio, regge solo in certi casi, ma non spiega perché, durante le avanzate travolgenti di Rommel in Africa settentrionale, i corrispondenti italiani si scontrino con gli stessi divieti di quando le operazioni volgono al peggio. La verità è che non esiste più una sola censura, ma tante: quelle politiche della Cultura popolare e dei direttori dei giornali, quelle militari praticate sia dai comandi locali sia a Roma, dalle singole Armi e dal Comando supremo, quelle che spettano ai responsabili dei nuclei corrispondenti.

Sul campo delle corrispondenze di guerra, si combatte una battaglia sotterranea tra poteri. Anche se è Mussolini, da esperto direttore, a tenere le redini dell’informazione e, attraverso i Bollettini ufficiali, stabilire ogni giorno che cosa dire o tacere agli italiani, i militari hanno la possibilità di intromettersi. È proprio il Duce, del resto, a consentirlo, stabilendo che gli inviati debbano essere richiamati, inquadrati nelle Forze Armate e sottoposti anche alla loro disciplina. I comandi, però, non si limitano a usare la censura per scopi militari – tutelare il segreto e depistare – come fanno anche i nemici, ma sconfinano nel campo della propaganda. È per questo proliferare di criteri, spesso a loro ignoti, che i corrispondenti affrontano l’esame dei tanti censori quasi allo sbaraglio e ne escono sempre battuti. A volte ci giocano, credendo di poterli ingannare; a volte ci rinunciano del tutto e finiscono per presentare articoli così vuoti e retorici da risultare controproducenti persino per la propaganda.

Sebbene siano tutt’altro che agevolati nelle loro funzioni, però, i corrispondenti costituiscono un’aristocrazia degna della massima attenzione. Il regime, nato dal giornalismo e strettamente legato a esso, li considera uno strumento per far accettare lo sforzo bellico al pubblico. Di loro, perciò, non si interessano solo i direttori dei giornali, ma in prima persona il ministro della Cultura popolare e il suo capo di gabinetto, nonché, in più di un’occasione, Mussolini.
Attorno alla figura degli inviati si crea un alone di leggenda, alimentato da loro stessi, che è uguale nell’Italia fascista, come in qualsiasi altro luogo, epoca e regime. Che cosa nasconda, però, e come il modo di lavorare condizioni il prodotto destinato ai lettori, sono questioni trascurate. Nel caso dei corrispondenti italiani nella Seconda guerra mondiale, o si è presa per buona la favola dei cronisti sempre in prima linea, con il taccuino e la macchina fotografica, o si è ribaltata del tutto, facendone degli imboscati che, da qualche albergo, lavorano di fantasia sulle notizie fornite dai comandi o, peggio ancora, dai ministeri. La verità è più complessa.

Inseriti nelle Forze Armate, i corrispondenti sono veri e propri embedded che operano, però, in maniera molto diversa gli uni dagli altri, a seconda del fronte, arma di appartenenza, periodo e propensione personale a esporsi. Spesso devono risiedere nelle retrovie e possono solo visitare i reparti, ma senza trattenersi, né assistere alle azioni. Non per questo sono immuni dai rischi: come succede a tre catturati dagli inglesi, durante l’avanzata su Sidi Barrani nel 1940 e che, in quanto considerati a tutti gli effetti ufficiali in servizio, trascorrono il resto della guerra in prigionia. Altre volte sono più coinvolti: come Gianni Calvi, che affronta con la «Tridentina» il dramma della ritirata di Russia e può testimoniarlo sul «Popolo d’Italia», quando torna in patria. Chi è in Marina, ed è imbarcato su un’unità, vive esperienze del tutto diverse rispetto ai colleghi terrestri, perché può essere presente alle battaglie con più facilità: come a Capo Matapan, dove ne muoiono due e un terzo è fatto prigioniero. Chi è in Aeronautica, quasi sempre fa cronaca con le scarne indicazioni raccolte nelle basi e solo di rado può salire a bordo, per voli di ricognizione e bombardamento; ma ci sono anche alcuni di loro, abilitati al pilotaggio, che possono prendere posto ai comandi.

Al di là di censura, divieti, ordini e condizioni di lavoro, l’elemento umano e professionale dei singoli continua a fare la differenza. Le corrispondenze pubblicate dai quotidiani tra il 10 giugno 1940 e l’8 settembre 1943 – questo studio prende in esame i sei principali: «Corriere della Sera», «Il Popolo d’Italia», «Il Giornale d’Italia», «La Stampa», «Gazzetta del Popolo», «Il Messaggero» – sono molto meno uniformi e livellate, di quanto ci si potrebbe aspettare. Quelle di Curzio Malaparte dal fronte orientale, ad esempio, conservano un valore che sembra sfidare il tempo. Quelle di Dino Buzzati, Indro Montanelli, Paolo Monelli, che pure dispongono dello stesso materiale dei colleghi, se ne distaccano per originalità, sensibilità e acume. Ci sono belle firme, oggi meno note, che hanno mantenuto la loro notorietà nel dopoguerra, insieme ad altre che, com’è nella logica del mestiere, sono state dimenticate presto: da Cesco Tomaselli a Raul Radice, Virgilio Lilli, Enrico Emanuelli, Max David, Lamberti Sorrentino, ma anche Ferdinando Chiarelli, Bruno D’Agostini. Sono tutti ingranaggi di una macchina, che piega l’informazione alle logiche del potere, ma animati dalla passione per la notizia, desiderosi di far arrivare ai lettori, almeno tra le righe, qualcosa di vero. Sarebbe sbagliato considerarli solo in uno di questi modi, come spesso è stato fatto, complici o vittime del regime: spesso erano entrambe le cose. Tanti loro colleghi, al contrario, non hanno nemmeno fatto i conti con la propria coscienza e hanno risolto, in maniera più sbrigativa, il dilemma tra l’essere cronisti o propagandisti. Tutti sono stati giornalisti di regime, ma solo alcuni hanno cercato di essere, nonostante tutto, giornalisti.