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Gli italiani che invasero la Cina
Cronache di guerra 1900-1901

di Fabio Fattore, Sugarco, Milano 2008

L'avventura italiana in Cina nel 1900: una pagina quasi dimenticata su cui si è scritto molto poco. Al massimo è stata considerata un'appendice del tutto marginale alla storia del colonialismo italiano. In realtà, di spunti interessanti ne offre tanti.Luigi Barzini, inviato del Corriere della Sera È la prima missione internazionale all'estero dell'Italia, ad esempio: un'operazione di "polizia internazionale" ante litteram che presenta alcune analogie con quelle moderne, a cominciare dall'idea con cui i contemporanei insistono sulla "diversità" del soldato italiano: solo gli altri commettono razzie e violenze, gli italiani "brava gente" si distinguono per umanità. Naturalmente, di quella missione, non bisogna dimenticare il contesto in cui matura: in un'Italia umiliata ad Adua quattro anni prima, che cerca un riscatto agli occhi del mondo e aspira ad entrare nel club delle grandi potenze. Alla guerra combattuta in Cina all'alba del nuovo secolo, prima contro i ribelli Boxer poi contro il governo imperiale, partecipano otto potenze: dalle principali come Inghilterra, Francia e Russia alle emergenti come Germania, Giappone e Italia, o gli Stati Uniti che si sono affacciati in Estremo Oriente solo nel 1898 ottenendo le Filippine e ora vogliono fare sentire la loro presenza nell'area. Potenze che si sono combattute fino a poco tempo prima (non a caso il comandante in capo della coalizione, feldmaresciallo Alfred Graf von Waldersee, è stato aiutante di campo del kaiser nella guerra franco-prussiana e i francesi non ne riconoscono l'autorità) e che si combatteranno di lì a poco (russi contro giapponesi nel 1904 e poi la Prima guerra mondiale). Solo in Cina, nonostante le rivalità e gli interessi contrastanti, trovano una mediazione per fare fronte comune e imbastire una precaria e inedita coalizione: in cui l'Italia preme per recitare un ruolo da protagonista.

Il libro racconta l'avventura italiana in Cina dal punto di vista di alcuni personaggi, grandi e piccoli, che ci hanno preso parte: dall'ambasciatore Giuseppe Salvago Raggi, che vive l'esperienza dei 55 giorni a Pechino (con questo titolo esce anche un famoso kolossal nel 1963 con David Niven, Charlton Heston e Ava Gardner) all'inviato del "Corriere della Sera", Luigi Barzini, che segue la spedizione di soccorso e scrive cronache appassionate e destinate a fare scandalo. Ma anche missionari, ufficiali, semplici marinai attraverso le loro lettere, i diari, le testimonianze.

L'ambasciatore Giuseppe Salvago RaggiBarzini comincia la sua carriera da inviato, destinata a rivoluzionare il modo di fare giornalismo in Italia, proprio in Cina a 26 anni. Ha l'occhio lungo: guai a svegliare il cane che dorme, dice Barzini, un giorno le industrie e i commerci cinesi saranno in grado di spazzare via le industrie europee e americane e addirittura <<troveremmo il "made in Chine" persino in fondo alle nostre mutande>>. Ma è capace anche di guardare vicino, con spirito critico e indipendente: non si lascia impressionare dalla politica di potenza dell'Italia, al contrario ne coglie i limiti, l'impreparazione e la disorganizzazione. Se tutto sommato non finirà con un altro disastro, capisce Barzini, è perché per nostra fortuna i civilissimi cinesi non sono i selvaggi abissini di Adua. O meglio: la guerra contro la Cina si risolve con una grande parata internazionale, la prova di muscoli delle super potenze del tempo a cui si accoda la piccola Italia. Le denunce contenute in un suo reportage finiscono in Parlamento, il ministro della guerra deve rispondere alle accuse dell'opposizione, ma passata la bufera non cambierà niente. Tanto che molte critiche di allora potrebbero continuare a essere valide anche per le avventure all'estero che le forze armate italiane tenteranno in futuro.

Un altro protagonista è il marchese Giuseppe Salvago Raggi, prigioniero nelle Legazioni assediate con la moglie Camilla Pallavicino e il figlio Paris di 7 anni. Diplomatico di razza, benché molto giovane per essere già un ambasciatore (è nato a Genova nel 1866), se la cava bene, con coraggio e dignità, anche in quella situazione estrema. Dopo la Cina sarà governatore dell'Eritrea dal 1907 al 1915 e a quasi 50 anni si arruolerà volontario per la Grande guerra: neutralista fino al giorno prima, non potrà più esserlo dal momento in cui il suo re ha preso la decisione e, per coerenza, chiederà di andare in trincea, come semplice tenente e poi capitano di artiglieria, nel Trentino e sull'Isonzo. Il tenente medico Giuseppe Messerotti Benvenuti Nel '17 lascerà a malincuore i suoi soldati per fare l'ambasciatore a Parigi e l'anno dopo farà parte della delegazione italiana alla Conferenza di pace. Simpatizzerà per il fascismo, solo quando avrà la certezza della fedeltà di Mussolini alla monarchia, ma non coprirà più incarichi: nominato senatore nel '18, però, resterà in carica per tutto il Ventennio. Scriverà in quegli anni le sue memorie, che non pubblicherà mai: le scoprirà il giornalista del "Corriere della Sera", Glauco Licata, che le inserirà nel 1968 in appendice al suo "Notabili della Terza Italia".

Nel libro si parla poi di alcuni ufficiali dell'esercito e della marina. Uno di questi è Giuseppe Messerotti Benvenuti, modenese, tenente medico dell'ospedaletto da campo del corpo di spedizione. Ha la passione della fotografia, sviluppa e stampa le foto che scatta durante il lungo viaggio e poi a Tien-tsin e Pechino e anche quelle di tanti colleghi che approfittano delle sue conoscenze tecniche e del suo laboratorio. Foto, didascalie e lettere spedite alla mamma, raccolte nel 2000 in una bella mostra allestita a Modena e un ricco catalogo, costituiscono un diario schietto e onesto su quello scontro tra civiltà e il modo in cui gli italiani l'hanno vissuto. <<Pare che siamo venuti qui allo scopo di fare razzie non per altro>>, si sfoga il tenente con la mamma. Poi, con una battuta amara, aggiunge: <<E siamo venuti a portare la civiltà; fortunatamente però sembra che ai cinesi della civiltà nostra se ne attacchi poca>>.