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Presentazione

di Paolo Chiarelli

La copertina del libro 'Giarabub' di Ferdinando Chiarelli (Editoriale di propaganda, Roma 1941). Le illustrazioni sono di Vittorio PisaniQuello dell'inviato di guerra è un mestiere duro e pericoloso. C'è chi in Afghanistan ha passato le notti in prima linea sdraiato sotto i carri armati e c'è chi, come a Kabul, è stato investito da una pioggia di proiettili chiuso nel caldo soffocante di un blindato. Ma c'è soprattutto chi, come è accaduto in Iraq a 61 giornalisti di ogni parte del mondo, è caduto sotto il fuoco delle forze in campo. La necessità di informare il lettore con corrispondenze e reportage dai luoghi di battaglia risale al 1905 quando Luigi Barzini, uno dei più grandi giornalisti italiani, fece 40 ore di sella nel gelo, in Manciuria, per telefonare al suo giornale la notizia della battaglia di Mukden, tra Russia e Giappone.

Misurandosi con le stesse angosce e gli stessi problemi di un mestiere tanto difficile quanto ricco di fascino, una trentina d'anni dopo, verso il 1935, una generazione di cronisti di eccezionale bravura e altissimo spessore morale occupò le colonne delle prime pagine dei rispettivi giornali con articoli e reportage finiti nei libri di antologia. Pier Maria Bianchin, Ferdinando Chiarelli, Bruno D'Agostini, Stanis Ruinas e Antonio Piccone Stella furono scelti assieme a inviati speciali entrati nella storia del giornalismo come Max David, Indro Montanelli, Virgilio Lilli, Bruno Roghi, Paolo Monelli, Raul Radice, Enrico Emanuelli, Giovanni Artieri, Luigi Barzini junior, Domenico Bartoli, per seguire i conflitti in Etiopia e Spagna e sui fronti della Seconda guerra mondiale. Bravi, ma soprattutto rigorosi nel garantire al lettore un'informazione onesta, corretta e di qualità (diceva Emanuelli: "Scrivere barocco, scrivere brillante, è molto più facile che scrivere pulito"), dovettero scontrarsi con i rigori della censura militare.

All'epoca c'era un'altra difficoltà di non poco conto: come far arrivare in tempo il "pezzo" al giornale. "I servizi", si sfogò l'inviato di un grande quotidiano, "che ti ammazzi a fare entro due ore per guadagnare una manciata di minuti con la speranza di spedire l'articolo con l'aereo del giorno dopo vengono cancellati da quattro giorni d'attesa per le cosiddette correzioni di forma imposte dal regime". Questi ostacoli, comunque, alla fine non sconvolsero la vita professionale di nessuno. Gli inviati al fronte, grazie al loro patrimonio di intelligenza e di cultura, furono in grado di continuare a tenere alto l'interesse del lettore trasmettendogli, a costo di grandi sacrifici personali, le emozioni provate sul campo.

Le guerre finirono, ma le professionalità rimasero. Si aprì una grande stagione per la radio e i quotidiani che si contesero questi grandi del giornalismo con contratti da prime firme, elzeviristi, direttori. Furono gli anni più belli per un mestiere che stava trasformandosi radicalmente anche per l'avvento della televisione e l'uscita di decine di nuove testate. La concorrenza era affrontata sulle notizie del giorno che, secondo le regole di allora, dovevano concentrare nelle prime frasi tutti gli elementi del fatto, senza fronzoli né abbellimenti superflui. Per le inchieste, i reportage, gli approfondimenti e la cultura non c'erano problemi. Erano gli stessi nostri "reduci" da Giarabub, con Montanelli, Lilli, Roghi, Monelli, Radice, a garantire pagine di incredibile bellezza.

Locandina del film 'Giarabub' di Goffredo Alessandrini, con Doris Duranti, Carlo Ninchi e Alberto Sordi, 1942Mio padre, Ferdinando Chiarelli, uno dei protagonisti di questo libro, è stato stroncato da un infarto il 6 ottobre 1962. Io avevo 19 anni, facevo il liceo e non pensavo al giornalismo. Tra le mie cose conservo ancora oggi una sorta di talismano: la mia firma in piombo che papà fece comporre da un linotipista quando una volta andrai a trovarlo in redazione. Trascorsi un paio d'anni, grazie a un amico di famiglia, Renato Olivieri, l'ex direttore di "Grazia" diventato un celebre e apprezzato giallista, ho provato a fare questo mestiere andando a lavorare alla "Gazzetta di Parma", di Baldassarre Molossi. Vi sono rimasto 12 mesi. Poi sono stato assunto al "Corriere della Sera" per merito non tanto mio, quanto per il ricordo lasciato da mio padre, persona amata e stimata. Il mio maestro è stato Franco Di Bella, il migliore in assoluto dei capocronisti. Gli devo tutto, compresa la passione per un settore dove sono rimasto a lavorare per 39 anni, fino a diventare caporedattore. Quando sono entrato a far parte della redazione di via Solferino il mio primo direttore, Alfio Russo, un gentiluomo siciliano di grande cultura, aveva già iniziato la sua rivoluzione: largo alle inchieste e agli approfondimenti, basta con un giornale paludato.

Russo, il primo a volere che la porta del suo ufficio fosse sempre aperta, aveva conquistato noi cronisti con la sua signorilità e il suo modo di fare il giornale. Un esempio? Spesso alle 3.30 di notte, chiusa la seconda e ultima edizione, veniva in redazione per congratularsi delle pagine fatte o per suggerirci nuovi servizi. A quel tempo noi giovani redattori sognavamo di emulare Egisto Corradi, e Dino Buzzati, i più vicini al nostro modo di intendere il mestiere. Corradi, al rientro dal Vietnam, ci dava appuntamento a cena in un ristorante per parlarci delle sue emozioni e delle tragedie di quella guerra. Buzzati, di notte, chiedeva di aggregarsi a noi reporter per scoprire personaggi e storie da raccontare. Era professionismo vero dove la notizia veniva prima di tutto. Non si prefabbricava nulla, non si stravolgeva nulla, non si spettacolarizzava nulla. Chi era più bravo, faceva carriera. La concorrenza tra giornali era spietata, ma leale. Gli editori riuscivano a macinare utili pur mantenendosi lontani dal Palazzo. C'era il coraggio delle scelte e l'indipendenza di giudizio.

Molto è cambiato negli anni Ottanta quando gruppi d'interesse e poteri di diverso tipo sono entrati in modo massiccio nelle redazioni. L'aria, inquinata anche dalla politica e dalle guerre per bande nelle redazioni, si è fatta sempre più irrespirabile. A errori si sono aggiunti errori. In alcune grandi testate, pur di conquistare nuovi lettori, è stata data la massima evidenza a notizie non vere e a polemiche create ad arte. Ai cronisti, impegnati sempre meno sui fatti e sempre più sul gossip sono stati dati imput che nulla hanno a che fare con le regole fondamentali di un giornalismo corretto: "Vai, intervista tizio e fagli dire una certa cosa contro caio. Se lui non accetta, il pezzo non esce". E ancora: "Se l'arrestato non vuole darci in esclusiva i particolari della sua vicenda, troviamo uno dei tanti parlamentari semisconosciuti disposto, in cambio della pubblicazione del suo nome sul giornale, a raccoglierne lo sfogo in carcere".

Per non parlare degli inviati di guerra i quali non stanno certo meglio rispetto ai colleghi di 70 anni fa con problemi di censura. Anche loro rischiano la vita sapendo in anticipo, a seconda dell'orientamento politico del proprio giornale, che taglio dare ai reportage.

Quando alcuni mesi fa l'autore di questo libro è venuto a trovarmi in redazione per raccogliere un po' di documentazione sulla vita privata e professionale di mio padre ho pensato che, alla fine, sarebbe uscita una buona rievocazione storica. Sbagliavo. Leggendo queste pagine, scritte senza farsi prendere la mano, come spesso accade, da faziosità e mistificazioni, o silenzi opportunistici, ho scoperto nel collega Fattore una grande onestà intellettuale e notevoli capacità letterarie. "Dai nostri inviati a Giarabub" non è solo un libro di storia d'Italia, ma anche un testo che descrive in modo molto efficace la professione del giornalista inviato sui fronti di guerra, e molto altro. Numerose pagine hanno profondo valore umano. In sintesi, un mix avvincente tra saggio e romanzo, dove la realtà supera sempre la fantasia.